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LETTURE/ Quel libro proibito di Mosebach che gli restituì la fede

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La liturgia è questione di salvezza e la forma della liturgia è Cristo stesso, così come ci è stato comunicato e tramandato nella Chiesa, che è una nel presente e nel passato in forza della comunione dei santi. Mosebach non è un tradizionalista, nel senso negativo oggi attribuito a questo termine, perché non nega affatto che «si possa celebrare degnamente e con riverenza anche la nuova liturgia di papa Paolo VI» (45), ma evidenzia come proprio il fatto che se ne parli come di una possibilità costituisce un argomento ad essa contrario «nel momento in cui per la sua celebrazione diventa necessario un bravo e devoto sacerdote». È un rilievo che Mosebach condivide con un testimone di eccezione: «Rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l'impressione che questo fosse del tutto normale. Il messale precedente era stato realizzato da Pio V nel 1570, facendo seguito al concilio di Trento; era quindi normale che, dopo quattrocento anni e un nuovo Concilio, un nuovo papa pubblicasse un nuovo messale. Ma la verità storica è un'altra. Pio V si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in uso, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli. Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai contrapporre un messale a un altro. [...] Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell'antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. [...] si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti. [...] In questo modo si è sviluppata l’impressione che la liturgia sia “fatta”, che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di “donato”, ma che dipenda dalle nostre decisioni» (Joseph Ratzinger, La mia vita).

L’idea di liturgia come dono e come mistero, che caratterizza la teologia liturgica di Ratzinger, ha molto in comune con l’idea di forma liturgica sostenuta e difesa da Mosebach. Quanto al problema – teologico e dogmatico - della continuità, è stata proprio la sua chiara percezione a spingere papa Giovanni Paolo II, prima, a promulgare l’indulto che rendeva possibile l’uso dell’antico messale, previa autorizzazione del vescovo, e papa Benedetto XVI, poi, a liberalizzare completamente il suo uso, anche senza l’autorizzazione del vescovo, con il Motu proprio Summorum pontificum, del 7 luglio 2007. Le patene portate in fonderia, le tovaglie arcobaleno buttate sulla tavola della celebrazione, i canti orrendi e spesso eretici (“sei grande Dio sei grande come il mondo mio”), le invenzioni continue a cui siamo costretti ad assistere in certe messe domenicali, la sopravvalutazione della predica e della parola rispetto alla dimensione sacramentale, gli orrori e le devastazioni architettoniche degli edifici ecclesiastici sono conseguenza diretta di questa rottura della tradizione e sono la manifestazione evidente dell’«assenza di forma». «Alle numerosi ondate di distruzione che nella storia del nostro Paese si sono abbattute sui nostri santuari – la riforma, la secolarizzazione [napoleonica] con le sue centinaia di migliaia di profanazioni – ne è seguita una più recente, assolutamente degna dei suoi predecessori per forza distruttiva» (59). Quella che stiamo vivendo per Mosebach è una crisi iconoclasta che mette in qualche modo e in gradi diversi in dubbio il dogma centrale dell’Incarnazione e, dunque, della visibilità e rappresentabilità del Mistero nella storia. La Tradizione, in senso teologico, non ammette soluzione di continuità.

 

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