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CHARLES TAYLOR/ Perché gli uomini non si chiedono più il senso della vita?

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Ma la modernità dell’individuo “schermato” nelle sue varie versioni determina nell’Ottocento e Novecento forti reazioni di rigetto: si tratta di quello che Taylor chiama “effetto nova”. Pensiamo alla riscoperta di dimensioni irrazionali nell’uomo da parte di Nietzsche e di Freud e in genere alla critica rivolta alla morale borghese. In questo rigetto anche il cristianesimo, nella misura in cui è alleato della modernità razionalistica e spassionata, ne fa le spese: bisogna guardare in faccia il non senso della realtà e non illudersi con la religione. Per di più dopo l’undici settembre anche la religione appare nuovamente una possibile fonte di violenza. La situazione attuale, secondo Taylor, è variegata e investe parimenti cristiani e non. I problemi dei cristiani sono anche i problemi degli altri. Da un lato si percepisce un’esigenza di ricuperare un senso della vita: l’umanesimo esclusivo chiuso al trascendente non basta più all’uomo. Per di più esso e non solo le religioni storiche ha prodotto violenza, come mostra la storia dei totalitarismi del Novecento. D’altro lato molti in Occidente non sono incoraggiati ad aderire al Cristianesimo, perché si teme che la religione sia irrimediabilmente superata dalla scienza in base ad una lettura a senso unico della storia della modernità. Ma quella scientista e materialista - nota Taylor - non è un’opzione scientifica, bensì filosofica, nutrita di una prospettiva morale secondo cui è eticamente più nobile non illudersi e guardare in faccia il nudo non senso, sostituendo ad una visione personalistica, che sarebbe proiezione delle esigenze del soggetto, una impersonalistica “più oggettiva”. L’uomo occidentale, quindi, non sceglie più necessariamente per le religioni costituite, né per le religioni “tout court” o preferisce spesso un’adesione generica al cristianesimo e una religione “fai da te”, soffermandosi in uno spazio neutrale di “non scelta”. Taylor ha il merito di presentare una visione non semplicistica e a senso unico della modernità (come “progresso” oppure come “regresso”), ma forse nel suo volonteroso irenismo trascura il fatto che ci può essere anche nel filone antropocentrico della ricerca moderna di pienezza qualcosa che non si può leggere solo come una nuova espressione della dimensione di apertura al trascendente, ma anche come volutamente antireligioso e addirittura demoniaco. Per Taylor la nostra epoca nella sua ambivalenza può essere un’occasione per la fede cristiana. Egli afferma che non sono esistite e non esistono epoche privilegiate per la fede e sembra suggerire che non basta certo per aderire ad essa la ragionevolezza di un’argomentazione cogente se non si fa esperienza di un avvenimento e di una bellezza che convincano. Di qui il suo interesse per quei cristiani della modernità che hanno saputo parlare all’uomo d’oggi senza moralismi e senza auspicare ritorni al passato: soprattutto poeti come Péguy e Hopkins.



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