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STORIA/ Essere cattolici nell'Italia unita: una sfida vinta

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È uscito recentemente il bel volume “Chiesa e cultura nell’Italia”. Chiediamo al curatore, Edoardo Barbieri, innanzitutto il perché del titolo.

 

L’Ottocento è stato un momento decisivo per la nostra storia nazionale. Non solo, ovviamente, per l’unità politica raggiunta (e della quale si parla in questi giorni) ma per essere stato uno snodo decisivo nella cultura nazionale: è allora che, quantomeno nelle grandi città, finisce realmente la societas christiana. La Chiesa seppe rispondere in modo eccezionale a tale sfida: basti pensare allo sviluppo dei nuovi ordini dedicati alla carità e all’educazione (don Bosco e i salesiani in testa). Questa è storia ben nota. A noi interessava però porci da un punto di vista un po’ diverso.

 

Sembra infatti che gli autori abbiano voluto ricostruire, più che una storia istituzionale, un percorso quasi interno alla società stessa.

 

Il metodo usato è quello dello studio storico, ma applicato a fenomeni culturali (non singoli pensatori o scrittori). Si è cercato cioè di documentare (sia pur per esempi) come la comunità cristiana ha vissuto questo passaggio e quale testimonianza ha dato. Non si è trattato di uno studio “a tesi”, quasi che si dovesse dimostrare qualche cosa, ma piuttosto del desiderio di applicare interessi tra loro diversi intorno appunto al tema dell’identità cristiana.

 

Materialmente, come è organizzato il volume?

 

Si tratta di cinque saggi, affidati a giovani ma attrezzati studiosi che hanno voluto qui cimentarsi anche con un arco cronologico diverso dalla loro consuete frequentazioni. Mi pare ne siano venuti fuori dei contributi seri ma leggibili da tutti (le bibliografie che chiudono ciascun intervento vogliono fornire una traccia per possibili approfondimenti).

 

Di cosa trattano i cinque saggi?

 

Parte Andrea Del Ben che si occupa del problema educativo riflettendo sul contributo pedagogico offerto da uomini come Niccolò Tommaseo o Antonio Rosmini sulle pagine delle riviste di pedagogia. Isotta Piazza affronta un tema interessantissimo, anche per la nostra epoca di mass media scaduti verso il basso: i cattolici, quale proposta editoriale, in particolare col genere del romanzo, facevano al popolo minuto nell’Ottocento italiano? Ne nasce un saggio innovativo nel quale singole iniziative, collane, prese di posizione ufficiali si rincorrono nel formare un quadro assai ricco. Da parte sua Michele Colombo si interroga sugli “strumenti linguistici” usati dalla Chiesa ottocentesca: la Messa era celebrata in latino, ma le traduzioni dei testi sacri, la predicazione, la devozione, che lingua usava? Il dialetto, la lingua letteraria? E la gente, capiva? Simona Cappellari si interessa di questioni davvero “ultime” (si ricordi l’importanza dei foscoliani Sepolcri!), in quanto studia le epigrafi cimiteriali, una testimonianza unica per documentare e comprendere l’alternativa tra semplice ricordo o professione di speranza cristiana. Da ultimo Alessandro Ledda si occupa dell’evoluzione delle biblioteche religiose che, nonostante le devastanti soppressioni prima napoleoniche, poi dello stato unitario, seppero dare un contributo fondamentale alla storia culturale nazionale.

 

Come è stato possibile realizzare questa proposta?

 

Occorre dire che l’intero progetto è nato all’interno della riflessione sviluppata dal Centro Universitario Cattolico su Chiesa e identità culturale. Mentre di solito queste riflessioni sono poi svolte in termini teologici, filosofici o sociologici, la collaborazione scientifica di alcuni docenti universitari di discipline legate alla letteratura italiana (Cadioli della Statale di Milano, Frasso della Cattolica, Griggio dell’Università di Udine e Marchi di quella di Verona), oltre a garantire serietà e scientificità della proposta, ha permesso uno sviluppo della riflessione ancorata alla storia culturale. Davvero, per riflettere sull’identità italiana non c’è miglior modo che rileggere la nostra storia.



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