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L’APPELLO/ Sabatini (Crusca): ha ragione Segre, salviamo l’italiano dalla sua lenta agonia

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Dobbiamo tenere conto della situazione specifica italiana, ossia di una comunità che dispone di una lingua molto importante da circa sette secoli. Ma questa lingua è stata ristretta per moltissimo tempo solo a una cerchia sociale limitatissima. Soltanto con l’unità d’Italia ha cominciato a diffondersi il linguaggio italiano. Sono appena 150 anni che questa lingua penetra nella società italiana, nel suo complesso. Quindi bisogna, in un certo senso, dare tempo al processo di italianizzazione. Certo è però che in 150 anni trascorsi con una scuola più attrezzata e più aiutata dalle politiche governative avremmo ottenuto risultati migliori già da tempo. La storia di ogni Paese incide sulla sua lingua e, considerata la nostra storia nazionale, bisogna a maggior ragione che la scuola funzioni meglio di adesso.

 

Ci sono però state, e continuano ad esserci, scuole di pensiero che hanno auspicato la semplificazione del linguaggio. Anche queste sono responsabili?

 

Una certa semplificazione dell’uso della nostra lingua era necessaria e l’aveva auspicata già il Manzoni. Questo perché una lingua come la nostra, conservata soprattutto attraverso la tradizione scritta, accumula molti materiali, molte modalità, molti doppioni di forme e di costrutti sintattici. Quindi quanto più una lingua viene usata vivamente parlando e da una grande massa tanto più ha bisogno di una certa semplificazione per motivi di immediata comunicazione.

 

Quindi in un certo senso è un vantaggio possedere una lingua semplice?

 

Arrivo al punto. La precedente domanda spinge a considerare un altro aspetto che però è negativo, è patologico e non più fisiologico. Nella seconda metà del ’900, quando noi linguisti ci siamo occupati di problemi di comunicazione, di linguaggio ed educazione linguistica, abbiamo un po’ tutti dovuto insistere sulla necessità di abituare all’uso parlato e spontaneo. Forse questo messaggio è stato frainteso. In parte a fraintenderlo furono molti docenti, ma non si sottrassero a questa tendenza anche numerosi esponenti della classe intellettuale. Si provocò così una veloce spinta alla semplificazione eccessiva. Si è marcata troppo l’importanza del parlato che dà vivacità alla lingua e troppo si è trascurata l’importanza della scrittura, che ne dà una forma e ordina i pensieri. Si badi che allora cominciava anche l’epoca della televisione la quale ha fatto tanto bene all’italiano, ma poi si è fermata in questa sua “missione”. Oggi tale mezzo continua a usare una lingua sciatta, bassa e triviale, come denuncia anche Cesare Segre. Tale spinta alla semplificazione diventa nociva anziché positiva.

 

Quali sono i rischi maggiori che la perdita della sintassi e di nozioni di grammatica può comportare?

 

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COMMENTI
14/01/2010 - Paradosso (Patrizia Truffa)

Non vi pare paradossale, di fronte all'appello del Prof. Sabatini, che il progetto di Riforma della scuola superiore preveda per l'italiano la riduzione, in biennio, di un'ora (tranne che per il liceo classico!9, con il passaggio da 5 a 4 ore? Se si deve lavorare sulle competenze, se lo scrivere "è una scienza", se la didattica dev'essere laboratoriale... il tempo è necessario, soprattutto con classi di 30 studenti. E, inoltre, quando si capirà che la riflessione sulla lingua non può fermarsi al biennio? Cordiali saluti. Patrizia Truffa

 
14/01/2010 - Sono d'accordo e dunque... (Umberta Mesina)

... dove si va per aderire all'appello? C'è un testo che posso inserire sul mio sito? Vabbe', vado a dare un'occhiata sul sito della Crusca. Per adesso ho inserito il link a questo articolo, che ho anche condiviso su Facebook e StumbleUpon. Anche se non sono un'insegnante, io lavoro con le parole. A volte mi pare impossibile far comprendere che fabbisogno e bisogno sono *esperienze* diverse e che comune e comunitario non sono un'identica qualifica per un sostantivo legato all'Unione europea. Allora mi prende un po' di sconforto.

RISPOSTA:

Gentile signora Umberta, la ringraziamo per aver commentato e contribuito alla diffusione dell'intervista. Non si tratta comunque di un appello al quale aderire, bensì di un documento rivolto genericamente alle scuole e alle università nonché a tutte le realtà educative. La Redazione