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L’APPELLO/ Sabatini (Crusca): ha ragione Segre, salviamo l’italiano dalla sua lenta agonia

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La scrittura è in un certo senso una scienza. Anch’essa richiede competenze precise da acquisire a scuola. Lo studio della lingua è un fatto in primo luogo tecnico, indispensabile nelle civiltà complesse. Chiamiamolo pure studio della grammatica, che è un termine un po’ riduttivo, basta che passi l’idea che la riflessione sulla lingua, gli esercizi sulle strutture della lingua, sono necessari per scrivere in modo un po’ più ricco e articolato. E scrivere in modo ricco è indispensabile per pensare in modo ricco, per comprendere in maniera esaustiva il testo cui ci si trova di fronte e soprattutto per comunicare adeguatamente qualsivoglia concetto.

 

Spesso e volentieri si è però affermato, ed è un parere condiviso, che il vero artefice delle trasformazioni linguistiche sia il popolo. Non è dunque una battaglia persa in partenza quella che cerca di salvare il linguaggio da una semplificazione inesorabile?

 

Il discorso sul popolo come arbitro dei cambiamenti linguistici ha due facce. Da una parte occorre ricordare che proprio il popolo, il popolo contadino, recitava Dante a memoria. La Divina Commedia circolava attraverso il popolo arricchendone e non abbassandone il linguaggio. Dall’altra bisogna evitare di elaborare un utilizzo strumentale del concetto di popolo. Oggi non esistono più le realtà rurali di un tempo. Siamo tutti “popolo”, e per questo occorre responsabilizzarci a un uso corretto della comunicazione. Teniamo conto che la lingua di Dante, in circa 700 anni, si è conservata per il 70 per cento in quella odierna. Oggi c’è il rischio che l’accelerazione alla quale siamo sottoposti cancelli assai più velocemente il nostro patrimonio linguistico, con effetti deleteri sulla cultura. Non si tratta di posizioni conservatrici, ma del rendersi conto che qualsiasi evoluzione deve avvenire all’interno di regole. In caso contrario le conseguenze sono sempre nocive.

 

C’è chi, come il dantista Robert Hollander, sostiene la pericolosità della semplificazione del linguaggio in quanto renderebbe gli uomini più propensi a un pensiero superficiale e quindi maggiormente assoggettabili al potere. È d’accordo con questa analisi?

 

In parte sì. Da sempre il potere esercita un predominio anche sulla lingua. Si pensi all’utilizzo sconsiderato della demagogia cui assistiamo quotidianamente nei comizi politici. Ma al di là del contenuto anche la forma risente del potere: dai “paroloni” proferiti durante il fascismo fino alle parole dolciastre di tanta pubblicità. È chiaro che tutto ciò offusca il pensiero e ottunde la riflessione. La scuola dovrebbe essere l’antidoto a questo meccanismo, non tanto per contrapposizione ideologica ma per sviluppare capacità critica e arricchimento individuale rispetto alla massificazione che può venire dall’alto.

 

(Raffaele Castagna)



© Riproduzione Riservata.

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COMMENTI
14/01/2010 - Paradosso (Patrizia Truffa)

Non vi pare paradossale, di fronte all'appello del Prof. Sabatini, che il progetto di Riforma della scuola superiore preveda per l'italiano la riduzione, in biennio, di un'ora (tranne che per il liceo classico!9, con il passaggio da 5 a 4 ore? Se si deve lavorare sulle competenze, se lo scrivere "è una scienza", se la didattica dev'essere laboratoriale... il tempo è necessario, soprattutto con classi di 30 studenti. E, inoltre, quando si capirà che la riflessione sulla lingua non può fermarsi al biennio? Cordiali saluti. Patrizia Truffa

 
14/01/2010 - Sono d'accordo e dunque... (Umberta Mesina)

... dove si va per aderire all'appello? C'è un testo che posso inserire sul mio sito? Vabbe', vado a dare un'occhiata sul sito della Crusca. Per adesso ho inserito il link a questo articolo, che ho anche condiviso su Facebook e StumbleUpon. Anche se non sono un'insegnante, io lavoro con le parole. A volte mi pare impossibile far comprendere che fabbisogno e bisogno sono *esperienze* diverse e che comune e comunitario non sono un'identica qualifica per un sostantivo legato all'Unione europea. Allora mi prende un po' di sconforto.

RISPOSTA:

Gentile signora Umberta, la ringraziamo per aver commentato e contribuito alla diffusione dell'intervista. Non si tratta comunque di un appello al quale aderire, bensì di un documento rivolto genericamente alle scuole e alle università nonché a tutte le realtà educative. La Redazione