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CORMAC McCARTHY/ Suttree, l’inizio della strada verso il senso dell’esistenza

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Lo leggiamo oggi in Italia, ma Suttree (pubblicato recentemente) si offre come una delle tappe iniziali del viaggio di Cormac McCarthy. Prima di questo titolo c’erano già stati solo tre libri: l’esordio, Il guardiano del frutteto (1968) Il buio fuori (1968) e Figlio di Dio (1974). Dopo Suttree, McCarthy darà alla luce il suo libro più crudele e violento, Meridiano di Sangue (1985), storia di quanto può essere sadico il male quando viene dall’uomo e lo oltrepassa. Poi verrà l’affascinante e nostalgica “trilogia della frontiera”, con l’immenso Cavalli selvaggi (1992) a raccontare un mondo di giovani cowboy che, come il protagonista John Gardy Cole, finiscono i loro sogni a coltellate, storie in cui sempre di più lo scrittore texano d’adozione si avvicina ai Faulkner, Flannery O’Connor, Caldwell, romanzi in cui la prateria e il suo popolo vivono – tramontata ormai l’epopea romantica del west - qualcosa che sempre di più li avvicina allo scontro ultimo tra bene e male.

                                           

Leggendo tutte le opere di Cormac si percepisce il movimento cronologico degli interessi dell’autore: la descrizione di vite quotidiane diventa negli anni metaforica, grondante totalità, senso tragico e senso di destino, approfondimenti ignoti a molti scrittori contemporanei. Tutto questo si affaccia con potenza inquietante in Non è un Paese per vecchi (2005), dove alla violenza quasi metafisica di Chigurgh si oppone solo il senso dell’inutilità dello sceriffo Bell che di fronte all’invadenza del male, altro non può dire che quell’Ave Maria che il film dei fratelli Coen solamente suggerisce in un paio di inquadrature.

 

Paragonato spesso a Faulkner e Dostoevskij, per la forza di rappresentazione del dramma ultimo, McCarthy ha pubblicato le sue due ultime opere nel 2006: si tratta di Sunset limited e di La strada. Il primo è una piece teatrale per due protagonisti metropolitani, il professore dotto che decide di farla finita e il nero spiantato che gli ha salvato la vita; un dialogo dove tutto ruota attorno al possibile/impossibile senso della vita. Il secondo titolo, uno dei più potenti libri della letteratura contemporanea, è un viaggio verso le estremità dell’umano, compiuto da un padre e da un figlio sullo scenario di un pianeta terra ormai ridotto da una catastrofe, ai suoi minimi termini, tra bande di antropofagi e poveri vagabondi che vagano tra luoghi nascosti di rifugio. Il percorso di Suttree, giovane senza altro pensiero che la sopravvivenza giornaliera, diventa il percorso del figlio nella Strada, che cerca nella sopravvivenza la risposta alla domanda “ma Dio esiste?”.

 

Son trascorsi trentatré anni da e va da sé che l’interessante attesa di chi legge cada sui prossimi lavori del 76enne scrittore americano che in un’intervista (rarissima, McCarthy non parla mai) di questi giorni, rilasciata al Wall street journal, ha dichiarato essere al lavoro su una storia ambientata nella New Orleans degli anni ’80. Nell’intervista lo scrittore, di origine irlandese, parla anche del suo rapporto con il cristianesimo. «Sono nato in una famiglia irlandese», racconta, «in una di quelle famiglie in cui non si può mettere in dubbio nulla di ciò che riguarda il cristianesimo. Nel tempo ho imparato però che un atteggiamento cristiano può dare significato alla vita. E farti essere una persona migliore».



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COMMENTI
15/01/2010 - DIO e REALTA'. IL RESTO NON E' INTERESSANTE (Sabatini Nicola)

Grazie Walter per la recensione. Cormac McCarthy è il più grande genio letterario contemporaneo. E lo è perché non è né un sentimentale, né un moralista, né un riduzionista, né un materialista. Descrivendo la realtà come si presenta, ne fa affiorare potentemente (spesso tragicamente, ma in fondo la realtà aspetta la rivelazione gemendo come nelle doglie del parto, dice San Paolo) la radice misteriosa. E' grande perché ha la semplicità di non censurare il dato meta-fisico: la realtà esiste e rimanda ad altro. Il cuore dell'uomo è in cerca di questo altro, ma può dimenticarsene. Pur l'uomo aspirando al bene, il male è sempre un'opzione possibile -e ha quasi uno spessore ontologico, come l'esistenza del demonio, ricorda lo sceriffo Bell di Non è un paese per vecchi- perché siamo deboli, limitati, feriti (alcune scene di Suttree fanno rabbrividire, ma soprattutto di Meridiano di Sangue e La strada). La sua opera è un incessante paragone fra il cuore inteso in senso biblico, cioè desiderio di buono, vero, bello e giusto, e ciò che la realtà offre come apparenza. Ma la realtà ha dentro un rimando. E' possibile sperare perché questo mistero permea tutto, e quindi "portare il fuoco", come dice il figlio al padre ne La Strada. Il fuoco come simbolo della speranza: spettacolare! E' raro trovare un autore che ti costringe a interrogarti fino alle corde del tuo intimo rapporto con il mondo. Solo per questo sarebbe da fare leggere a tutti. E poi, che livello di scrittura...