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COMUNISMO/ Quando Havel dal carcere scriveva a Olga di Ratzinger e del cioccolato...

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Al detenuto Havel mancano i dolci, la cioccolata, la frutta e le vitamine, ma sono accidenti che non ne determinano l'animo, e tra i divieti e le censure riesce a fissare sulla carta pensieri sulla vita e sulla morte, su coscienza e responsabilità, sul perdono, sull'esperienza dell'assurdo e il teatro. Tra lamenti ipocondriaci per il mal di denti e le emorroidi ci infila una riflessione sulle opere dei suoi autori preferiti, da Brecht a Böll, da Beckett a Kafka, riprende suggestioni dalla Bibbia, dalla filosofia e dalla storia antica, e chiede persino di avere una copia di Introduzione al cristianesimo di Ratzinger anche se non arriva esplicitamente a pronunciare la parola Dio.

Il ricordo di Olga (1933-1996), “la brontolona”, apre e chiude ogni riflessione. Ragazza di origini operaie, Havel la conobbe negli anni ’50 e la sposò nel 1964: «Io un ragazzo borghese, un intellettuale eternamente impacciato, lei una ragazza proletaria molto originale, sentimentalmente sobria, a volte mordace e antipatica». Le scrive consigli, la rimprovera per le sue pigrizie, la critica per il trucco e la loda per la pettinatura, ma invano si cercherebbero, nella raccolta, lettere d'amore. Una volta Kamila, la moglie di Vaclav Benda (all'epoca - come detto - suo compagno di prigionia) scrisse al marito che nelle lettere di Havel, a differenza delle sue, non comparivano espressioni particolarmente affettuose: «Benda mi aveva fatto leggere quelle righe, e io provai a scrivere una lettera d'amore a Olga. Ne uscì uno strano testo che conteneva un unico sentimento ardente: la rabbia verso Kamila che mi aveva costretto a scrivere quelle cose!».

 

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