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STORIA/ Ecco perché anche Umberto Eco ha dovuto riconoscere la bellezza del Medioevo

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Accanto a questo pensiero alto, esiste anche il gusto dell’uomo comune, dell’artigiano e dell’amatore delle arti, vigorosamente volto alla percezione dei sensi. Ciò spiega il gusto del colore, della lucentezza, della ruvidezza della pietra, del cesello, dell’ornato, dei tessuti, dell’armonia dei suoni presente nella vita quotidiana e reso imponente dalla costruzione delle grandi cattedrali che, secondo l’espressione di Rodolfo il Glabro, dopo il mille rivestono l’Europa di un bianco mantello.

Anzi, sono proprio coloro che si interrogano sulla finalità della natura e dell’arte a essere attratti di più dalla loro bellezza e su questo fascino si fonda il dramma della disciplina ascetica.

Il libro permette al lettore di farsi un’idea complessiva delle varie forme di sensibilità al bello che le fonti documentano, fino alla definizione di san Tommaso, per il quale il bello riguarda la facoltà conoscitiva. L’estetica dunque è un atto di giudizio, non un puro sentimento o, peggio ancora, una pura emozione. Nel suo pensiero tre sono le caratteristiche del bello: accanto alla perfezione e all’armonia che riprende dalla tradizione classica, la claritas, lo splendore, che non scende dall’alto, come per i neoplatonici, ma sale dal basso, dalle cose stesse.

Sono anche particolari ricchi di implicazioni come quello citato che rafforzano l’impressione non fuggevole del medioevo come grande stagione di civiltà consapevole e creativa.



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