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SHOAH/ Edelman, Grossman, Zamboni: quando la memoria dei Giusti diventa sacrificio

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Un campo di sterminio (Fotolia)  Un campo di sterminio (Fotolia)

E anche lo scrittore Vasilij Grossman ci ha dato una lezione di come si costruisce una memoria responsabile.

In qualità di corrispondente di guerra fu uno dei primi testimoni che visitò il campo di concentramento di Treblinka. A lui si deve la prima documentazione sulla Shoah in Russia in uno straordinario volume curato insieme a Ilja Erenburg, Il libro nero sul genocidio degli ebrei nei territori sovietici occupati dai nazisti. Il volume però venne bloccato e censurato da Stalin che si apprestava a lanciare una campagna antisemita contro i cosiddetti sionisti e non voleva che si desse troppa visibilità alle vittime ebraiche del nazismo. In Urss allora si poteva soltanto parlare delle vittime sovietiche del nazismo. Questo tipo di censura che ritroviamo in differenti forme in tutti Paesi del blocco sovietico ha di fatto impedito che fino al 1989 al di là del muro si avviasse una riflessione sulla Shoah, come è invece è avvenuto nelle democrazie occidentali.

Grossman non soltanto è stato il primo scrittore russo che nei suoi romanzi ha esaminato come Primo Levi il meccanismo della zona grigia e delle complicità della popolazione nel corso del genocidio nazista, ma è riuscito a fare un passo ulteriore che rimane unico nella letteratura mondiale da parte di un ebreo.

Ha paragonato con uno straordinario coraggio il sistema nazista a quello sovietico: in una delle pagine più riuscite di Vita e destino racconta un dialogo tra un comunista e un funzionario nazista, dove quest’ultimo gli spiega in una prigione tedesca che egli non teme la sconfitta del terzo Reich, perché anche se i tedeschi perderanno la guerra in Russia, alla fine il loro sistema politico continuerà a sopravvivere nella sembianze del sistema sovietico. Fra i due sistemi, prosegue, non c’è grande differenza perché hanno in comune l’eliminazione dei “diversi” e il controllo dell’anima delle persone. I sovietici sterminano i kulaki con la stessa bestialità dei nazisti.

Grossman indaga le varie facce del male e si interroga sulle possibilità degli uomini di resistere. Utilizza un termine innovativo: la bontà insensata. E lo contrappone nelle vicende di molti personaggi del suo libro al “Bene universale” dei totalitarismi che in nome di un futuro radioso giustificano lo sterminio degli esseri umani e i peggiori delitti.

Praticate la bontà, amate la vita e difendete il gusto della pluralità degli esseri umani è il messaggio che lo scrittore ci lascia dopo avere sperimentato sulla sua pelle i due totalitarismi del Novecento. È probabilmente questo per lo scrittore russo il fine della memoria: l’eliminazione dell’odio politico e sociale dal cuore delle persone.



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