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CARRON/ 10. L'eccedenza della fede, antidoto alla crisi

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Il ragionamento che Carron propone come antidoto agli egoismi che la crisi e i suoi postumi rischiano di suscitare è tutt’altro che scontato. A dire il vero, a prima vista, esso appare sconcertante. Infatti, che cosa c’entrano la “fede” o l’”affetto” per trattare questioni urgenti come un dissesto finanziario o l’aumento della disoccupazione? Scandalizzarsi per questi argomenti è un buon indicatore di dipendenza dal pensiero immanentista e neomaterialista che prevale nel nostro tempo. In tale prospettiva, la crisi è solo una questione tecnica che va risolta solo con interventi tecnici. Non che questa dimensione non sia importante. Tutt’altro.

 

Ma il punto è l’idea implicita che ogni altra considerazione non solo sia inutile, ma - facendo perdere tempo e distraendo dai veri problemi - anche dannosa. Quasi non esistesse altro orizzonte, per la vita dell’uomo contemporaneo, che quello dell’esistenza materiale e contingente. Se così stanno le cose, infatti, non c’è ragione per sostenere alcuno sforzo al di là di una ragionevole concessione a ciò che è strettamente necessario per evitare il peggio. La vita sulla terra è solo uno scontro di potere e il baricentro della questione non può che essere il proprio tornaconto, al più civilizzato - come afferma Carron all’inizio del suo intervento - da “buone regole”. Magari - e sarebbe già un enorme passo in avanti - arrivando a variare l’arco di tempo da considerare, superando l’urgenza del breve termine a vantaggio del medio-lungo termine.

 

Se si sta dentro tale cornice, la soluzione della crisi consisterà nel tornare a fare quello che abbiamo fatto negli ultimi anni: il massimo che possiamo sperare è rimettere in piedi un modello che ha già mostrato i suoi limiti. Nel discorso di Carron, invece, la crisi è vista come un’opportunità per riaprire i giochi, per rimettere in moto un processo di trasformazione che sia capace di andare nella direzione di una maggiore umanizzazione, attraverso la rinnovata attenzione alla persona umana. Per poter far questo, l’indicazione - che io condivido pienamente - è chiara: occorre rimettere in gioco l’eccedenza della fede.

 

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