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DIBATTITO/ Così la carità ha fatto di Milano una capitale

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In tema di formazione della capacità di convivere, ossia di vivere pacificamente e nel rispetto reciproco, con soggetti diversi, una funzione “pedagogica” analoga a quella esercitata dai mercanti, dai produttori e dai lavoranti che si muovevano da e per Milano e la Lombardia, va attribuita alle migrazioni temporanee, un fenomeno ben noto agli studiosi, un fenomeno del quale furono protagonisti numerosissimi lombardi dal medioevo in poi.

E, a proposito di “mescolanze” del passato, realizzatesi senza grandi problemi, non è possibile dimenticare che tra il 1901 e il 1915, a Milano entrarono circa 300mila persone di cui 200mila provenienti da “altre province del Regno e dall’estero” su una popolazione che negli stessi anni era cresciuta da 540mila a 650mila abitanti. Sicché il professor De Maddalena ha potuto scrivere che «la capitale lombarda acquista, dunque, crescente importanza come centro di sbocco di correnti affluenti da località distanti» e, quindi di persone portatrici di altre culture.

Non di meno, le cronache non segnalano alcun problema di qualche significato, segno evidente della capacità della città di incorporare pacificamente i “nuovi milanesi”. Dire questo, dire cioè che l’inserimento di “esteri” nella compagine urbana preesistente avvenne senza gravi problemi in quegli anni come, del resto, nel secondo dopoguerra, non significa ignorare i problemi attuali, anche perché le differenze culturali sono incomparabilmente “altre” e le regole e i sistemi di sicurezza di allora più coerenti con le situazioni. Ciò che voglio dire riguarda, invece, la capacità di rispondere adeguatamente alle “cose nuove” determinatesi in conseguenza di mutamenti dovuti a cause esterne all’ambiente.

A questo proposito, Vittadini ha fatto un’affermazione di grande rilevanza quando ha detto «la forza di Milano è stata, storicamente, quella di abbracciare tante diversità in un’identità cristiana».

Convengo nel riconoscere questa capacità. La mia tesi è che sia derivata principalmente da principi di ordine morale trasmessi e recepiti attraverso la famiglia, la scuola, le associazioni, in particolare quelle religiose. Principi che, assunti a guida e orientamento dell’azione nella società, esprimono l’idea cristiana dell’uomo come di un essere creato da Dio a sua immagine e somiglianza, destinato alla vita eterna, membro di quella famiglia umana di cui scrive Benedetto XVI nella recente enciclica Caritas in veritate ai numeri 53-55, titolare di quei diritti inalienabili che Giovanni Paolo II ha indicato nella Centesimus annus al n. 47.

Ora, l’insieme delle esperienze maturate da secoli nel sociale: dall’aiuto ai bisognosi, all’educazione, alla sanità fisica e psichica, esperienze che hanno toccato tutta la comunità lombarda in modi diversi e in misura più o meno ampia, sono da considerare espressione di quell’idea di uomo. È Danilo Zardin a dire che «Nutrite […] dalle forze più robuste della comunità sociale, potevano attingere sempre a nuova linfa le molteplici istituzioni, di primario prestigio come di più modesto rilievo solo locale che, dovunque, costituivano la rete di appoggio e l’ambito privilegiato di inquadramento dell’offerta caritativa».

 

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