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DIBATTITO/ Così la carità ha fatto di Milano una capitale

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Così, ancor prima che i concetti fossero elaborati, la capacità di legare solidarietà e sussidiarietà che Benedetto XVI ha indicato come «regola di carattere generale [da tenere] in grande considerazione» quando si affronta il tema dell’aiuto al prossimo come singolo e come comunità, fu ampiamente e concretamente sperimentata nella realtà lombarda.

Se alle iniziative nel sociale si aggiungono quelle nel settore strettamente economico come la cooperazione, che rappresenta un modello di democrazia economica e, dunque, di democrazia tout court, si ha chiara la percezione che è esistita ed esiste nella società lombarda una capacità di risposta ai bisogni emergenti di una società complessa che non esclude ma, al contrario, allarga l’ambito degli interventi ai nuovi bisogni e ai nuovi bisognosi, senza guardare troppo alle caratteristiche dei soggetti, proprio perché, a monte, vi è la consapevolezza che essere cristiani autentici significa seguire gli insegnamenti di Cristo che ha indicato il “prossimo” in colui il quale è in condizioni di bisogno a prescindere dalla “tribù” di appartenenza. 

Questa disposizione all’impegno a favore del “prossimo”, almeno nell’esperienza lombarda, è soprattutto il risultato della riforma della Chiesa, e non solo di quella ambrosiana, attuata da San Carlo Borromeo quando fu insediato alla cattedra di S. Ambrogio e divenne Metropolita delle Chiese di Lombardia. Sappiamo bene, infatti,  che il momento più significativo della riforma stessa, carico di conseguenze per la formazione di quella disposizione, fu la decisa volontà di ripensare, per rinnovarla, la figura del sacerdote per collocarla in una dimensione propriamente pastorale. Si trattò di scegliere preti di altissimo livello morale, di buona preparazione teologica, dotati di un'almeno minima base culturale e soprattutto disposti a stabilire rapporti continui di prossimità con i fedeli. Una prossimità che aveva i suoi strumenti materiali e ideali nella parrocchia, nell’obbligo di residenza imposto al parroco e nell’educazione religiosa, da realizzarsi nelle scuole della dottrina cristiana, presenti da secoli ma pienamente rivalutate dalla riforma del Borromeo.

Una prossimità che si realizzava anche attraverso la moltiplicazione delle confraternite che «reclutavano una porzione ingente della popolazione soprattutto adulta e maschile. La coinvolgevano nella pratica di un culto cristiano più stringente e proponevano, in mezzo alla massa dei fedeli, uno stile di relazione con i propri simili ispirato a un codice di disciplina e di responsabilità». Confraternite nelle quali «mettevano radici nuovi organismi a cui si dava vita per fronteggiare le urgenze primarie della collettività sociale: ospedali, scuole per l’insegnamento del catechismo, e per l’istruzione elementare estesa ai ceti economicamente meno dotati, forni, mulini, case di ricovero per orfani e donne “pericolanti”, santuari, luoghi di culto, monti per il prestito agevolato o per la distribuzione di doti, di sementi, di attrezzi da lavoro».

Con due notazioni, importanti per la specificità delle esperienze maturate in Lombardia; la prima è che, come dice Zardin, «l’attività e le opere delle confraternite si collocavano più nell’assunzione della logica creativa di responsabilità volontarie dal basso che non in quella della supplenza sostitutiva nei confronti di un potere pubblico carente»; la seconda è che le linee di svolgimento del magistero di Carlo Borromeo furono condivise e recepite da altri vescovi delle diocesi lombarde.

Nel quadro di un’azione pastorale che trovava nella parrocchia il «punto di riferimento per la comunità non soltanto religiosa ma anche sociale e civile», il vescovo Carlo, nella costante tensione alla conoscenza delle condizioni morali e religiose dei fedeli, non mancava di considerare alcuni aspetti della vita delle comunità per gli evidenti rapporti fra le diverse dimensioni. Di qui la preoccupazione di indicare, scrive Ada Annoni, «a guida dell’agire degli uomini che detenevano il potere secolare […] quelle virtù cardinali che dovevano ispirare sempre i comportamenti umani ossia Giustizia, clemenza, fortezza, temperanza». Non è difficile immaginare come l’educazione religiosa e l’alfabetizzazione fossero l’occasione per trasmettere valori rilevanti per la vita economica e sociale e per il “buon governo” delle organizzazioni pubbliche. Ciò che va sottolineato è che «la preoccupazione principale delle opere educative lombarde sorte in età moderna era sostanzialmente quella di formare la “persona” dal punto di vista sociale e professionale”, sicché “la considerazione della persona come fattore essenziale per incidere sulla società, l’attenzione alle esigenze poste in luce dalla realtà sociale, la capillarità della presenza e l’adattamento alle situazioni, la capacità di interpretare il mutamento, uno straordinario dinamismo sono caratteristiche fondamentali dell’attività educativa in Lombardia».

 

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