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DIBATTITO/ Così la carità ha fatto di Milano una capitale

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Da ciò la nascita di una molteplicità di organismi dedicati a iniziative caritative di ogni genere generati dal «prepotente riemergere […] degli impulsi di un senso religioso fortemente segnato dalla rivalutazione cattolica delle opere» e «il richiamo all’ideale della carità fraterna e ai doveri del soccorso elemosiniero ai bisognosi, concepiti non come l’esito di un amore filantropico finalizzato a debellare i mali sociali ma come mezzo per elevare innanzitutto se stessi, purificando il proprio io e dischiudendolo all’amicizia di Dio».

Da ciò anche la formazione di un clero i cui caratteri fondamentali sono descritti da Giorgio Rumi e da Edoardo Bressan nella biografia di un grande prete milanese del Novecento, don Carlo Gnocchi: «un sacerdote ambrosiano, uscito dalla collaudata macchina dei seminari diocesani messa in piedi dal grande Borromeo. Non è un monaco, dunque, ma un “secolare” segnato, fin dalla giovinezza dalla sua vocazione, da un forte indirizzo pastorale. Come i suoi colleghi risente dell’antico monito impartito ai giovani preti diocesani, dover essere patres, non domini […] La regione […] ha un capillare insediamento ecclesiale, fatto di “cellule” costituite da uno o due preti (i pastori) immersi nella popolazione (il gregge) fin nelle più oscure vallate e in ogni angolo della pianura […] La porzione di popolo che gli è affidata è la sua gente, di cui con l’andar degli anni diventa conoscitore assoluto, amico fidato, consigliere nelle difficoltà e maestro di etica, oltre che uomo della Parola e ministro dei sacramenti». E questa osmosi tra prete e fedeli resiste nel tempo e anche nel Novecento «la gran maggioranza del clero resta saldamente radicata nel territorio, rappresentando uno snodo efficace nel rapporto vertice-base ecclesiale su cui a suo modo s’è affaccendata tanta storiografia».

È  dunque la fede e la verità sull’uomo ad animare l’azione sociale ed economica e a dare senso alle opere perché, più o meno consapevolmente, diventavano strumento di santificazione personale. Questo spiega il permanere nel tempo di un approccio alla vita attiva e la resistenza “alle perturbazioni dell’ordine tradizionale” manifestatesi nel tempo.

E proprio perché si trattava di «un patrimonio rimasto vitale e ampiamente condiviso, si comprende più facilmente come tutta questa florida tradizione di opere, di coinvolgimento personale e di gruppo nell’elargizione della pubblica beneficenza, di passione ideale e religiosa per la promozione del bene collettivo, non potesse dilapidare la sua ricchezza interna e svuotarsi totalmente dei suoi contenuti quando cambiarono gli equilibri dei rapporti tra potere civile e giurisdizione della Chiesa [e] tutto questo non impedì che il lascito del capitale umano modellato dalla lunga storia della carità tradizionale si trasmettesse almeno come lezione morale e suggerimento di metodo alla modernizzazione contemporanea».

E queste sono anche le radici di quella capacità di «abbracciare tante diversità in un’identità cristiana» da cui siamo partiti nella prospettiva di raccogliere le sollecitazioni implicite nella citata intervista di Giorgio Vittadini.



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