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TEATRO/ Ionesco, le notti dell’angoscia trascorse alla ricerca di Dio

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Non sembra possibile che uno dei padri fondatori del Teatro dell’Assurdo possa aver pronunciato queste parole. Per anni la critica mondiale ha esaltato e divulgato i temi ricorrenti della sua poetica costruita sull’isolamento dell'individuo, sulla destrutturazione del linguaggio e sullo sbriciolamento della consequenzialità lineare del racconto teatrale. Addirittura con Le sedie, una delle sue opere più intense e innovative, per la prima volta nella storia del teatro, troviamo come assoluto protagonista della scena, un oggetto. Le sedie del titolo rappresentarono un segno concreto del senso di vuoto che l'autore comunica. E questo testo divenne uno dei manifesti del Teatro dell’Assurdo insieme ad Aspettando Godot di Beckett e a Terra di nessuno di Pinter.

Ma a Rimini il grande scrittore aprì una breccia e cambiò totalmente la prospettiva per avvicinarci ad un nuovo senso e ad una ulteriore definizione del suo teatro. Un’ovazione di circa dieci minuti di applausi accolse questa improvvisa e nuovissima definizione di un teatro che fino a quel momento era il Teatro dell’Assurdo e che da quel mese di agosto in poi è il teatro della domanda: "Rifiuto categoricamente l'etichetta di Teatro dell'Assurdo. Il mio teatro ha sempre voluto dire qualcosa. È la gente che non lo ha letto, o che non ha capito nulla quando lo ha visto, che si attacca a questa formula. Il mio teatro è un SOS, un grido permanente che esprime il disagio della condizione esistenziale dell'uomo separato dalla trascendenza. La vita ha una sua drammaticità, e il mio teatro non vuole scacciare l'angoscia. Tenta di renderla familiare, perché la si superi. Scrivo, quindi, per ricordare alla gente questi problemi, affinché gli uomini diven­tino coscienti, siano sempre svegli, non di­mentichino lo stupore e la mera­viglia di esistere e il miracolo del mondo. Scrivo per far udire il grido d'angoscia a Dio e agli altri uomini. Tutto il resto è secondario".

 

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