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ELIE WIESEL/ Oggi, alla Camera, lo scrittore ebreo che sopravvisse ad Auschwitz

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Nella Prefazione al libro Francois Mauriac rievoca il suo primo incontro con Wiesel, divenuto giornalista. Parlano dei bambini ebrei caricati sui vagoni diretti ai lager. “Io sono uno di loro”, gli dice. Aveva 15 anni quando fu internato. La prima notte vede le volute di fumo nero uscire dal forno dove sua madre e sua sorella più piccola stanno per essere cremate:

 

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

 

Mauriac tace, vorrebbe parlargli del mistero della Croce. Non può far altro che abbracciarlo piangendo.



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