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ITALIANO/ L’ammirazione di Cortese contro la novità di Poliziano: chi ha ragione?

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L’allarme recentemente lanciato su 2800 parole italiane a rischio di estinzione e i vari commenti sulle complesse cause del fenomeno di impoverimento lessicale in atto già da tempo ricordano altri momenti analoghi della storia linguistica d’Italia.

La questione della lingua è sempre stata attuale, anche se i problemi in ogni epoca appaiono diversamente formulati. Nel Quattrocento, ad esempio, epoca in cui il latino si sostituisce al volgare, nel sogno per fortuna fallito di un’unificazione linguistica che non considera gli apporti di Dante e Boccaccio, uno dei temi di polemica riguarda l’imitazione dei classici. Ripudiata infatti la lezione di quei grandi, l’arte della scrittura deve trovare altri modelli, altri maestri, altre parole, altri valori e li cerca tra gli autori latini mai dimenticati, primo fra tutti Cicerone.

In questa operazione degli Umanisti, all’apparenza solo libresca e lontana dalla lingua viva, in realtà gravida di conseguenze sulle sorti future della nostra storia linguistica e letteraria, spicca la discussione tra Paolo Cortese e Angelo Poliziano sull’utilità e i limiti dell’imitazione di Cicerone.

Il primo scrive in uno stralcio di una epistola a Poliziano:

 

Non hai motivo di distogliermi dall’imitazione di Cicerone. Rimproverami piuttosto l’incapacità di imitarlo bene, sebbene io preferisca essere seguace e scimmia di Cicerone piuttosto che alunno e figlio di altri. C’è una grande differenza fra il metodo dell’imitazione e chi non intende imitare nessuno. Secondo me in tutte le arti è necessaria l’imitazione. Ogni sapere si fonda su una precedente cognizione; nulla vi è nella mente che non sia stato prima afferrato dai sensi. Si comprende così che ogni arte è imitazione della natura. Bisogna rimanere fedeli a certi autori sui quali i nostri ingegni si formino e quasi si alimentino.

 

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