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TEMPI/ Bona Castellotti: il viaggio di Corot attraverso gli uomini, il sacro e la natura

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La luce va spegnendosi; sono gli ultimi bagliori di una giornata di primavera avanzata, in anni in cui il Ponentino spirava ancora. La luce è pervasa da un fremito, eppure è tesa. Le forme dei monumenti del Foro Romano si disegnano nel gioco delle ombre. Tutto è costruito per pennellate brevi e dense; i tagli di luce si scompongono e si ricompongono in piani ravvicinati, definiti geometricamente. Le ombre sono percorse da sfumature tonali; spalancano il campo visivo. Tutto è osservato sotto la spinta del sentimento, perché, come dice Corot, «il reale è solo un particolare dell’arte: il sentimento lo conclude». Ma il sentimento in lui è un moto governato, non arbitrario dell’animo. Non mi sorprende che Corot, tacciato di non essere un pittore colto, di passaggio in Svizzera nel 1855 confessasse ad alcuni amici che i suoi scrittori preferiti erano Pascal e Bossuet, il suo musicista prediletto Gluck. Pascal, Bossuet, Gluck: forse che nella piena maturità, e non soltanto sull’orlo della tomba, Corot si fosse decisamente avvicinato alla religione cattolica? Nel catalogo della mostra non se ne fa cenno; vale la pena proseguire nelle ricerche, ampliando il gran capitolo del cattolicesimo e dell’arte dell’Ottocento.

 

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