BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

TEMPI/ Bona Castellotti: il viaggio di Corot attraverso gli uomini, il sacro e la natura

Pubblicazione:

corottoR375_27gen10.jpg

 

È difficile in momenti di catastrofi telluriche simili a quella che ha colpito Haiti inneggiare alla bellezza della natura, come fa il Salmo 103. Eppure anche la bellezza cristiana passa attraverso l’armonia del creato (vedi San Clemente I Papa). Il pittore Camille Corot «è stato il maggiore paesaggista dell’Ottocento» (Giulio Carlo Argan). Lo è stato davvero, il che dovrebbe accendere la curiosità di chi ama l’arte e ancora non lo conosce. Ma la curiosità per la pittura di paesaggio se non è spenta è sopita, almeno nel cuore di quel pubblico che se non tocca con mano viscere e sangue non prova emozione. Il lungo cammino di Corot (1797-1875) nella pittura di paesaggio, con varianti sostanziali fra le prime opere e quelle che dipinge dopo il 1850 circa, è illustrato in un’interessante mostra a Verona organizzata con il Museo del Louvre di Parigi, mostra che, nonostante la presenza di alcuni dei più celebri capolavori del pittore francese, avrebbe sortito un effetto più forte se non fosse stata concepita per soggetti, bensì in un percorso cronologico che avesse testimoniato la formazione di Corot al seguito del grande paesaggio classico di Poussin, gli esordi sotto la lente di Roma e della visione classica della natura, indi la svolta concomitante con un’interpretazione assolutamente personale e lirica dell’idillio, sino agli ultimi quadri, quando tutto si ricapitola nei ricordi del pittore, senza che si avverta il benché minimo cedimento di qualità. Parlare di idillio potrebbe far sorgere il sospetto di una cultura campestre, che evochi fantasie boscherecce, ma Corot non si abbandona mai alle vuote rappresentazioni di frasche frementi, di Silfidi abitatrici delle selve e di tutta la spensierata paccottiglia post arcadica di cui la letteratura dell’Ottocento e del primo Novecento rigurgita, a cominciare da Gabriele D’Annunzio.

In Corot non c’è nessuna pittura di sensazioni epidermiche che fa sbadigliare nel suo fasullo stormire di fronde, gorgogliare di ruscelli. Anche quando dipinge Orfeo che guida Euridice o Mattinata danza delle ninfe Corot conserva un tale rigore d’inquadrature prospettiche e un tale calibrare i contrappunti di luce ed ombra, da apparire essenzialmente classico. Nella mescolanza di mente-sguardo-sentimento si imprime innanzitutto il ricordo di Roma, dove aveva soggiornato per tre anni, una città che affiorerà sino agli ultimi giorni.

 

CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO, CLICCA SUL SIMBOLO ">>" QUI SOTTO



  PAG. SUCC. >