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SHOAH/ Dopo il Giorno della Memoria, condividere l’esperienza per ricordare

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Il Giorno della Memoria celebrato in tutto il mondo è una ricorrenza istituita dal Parlamento Italiano il 20 Luglio 2000.

Nell’Art. 1 della Legge istitutiva se ne dichiara la finalità: «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

 

Il 27 gennaio del 1945 infatti i militari sovietici entrarono nel campo di Auschwitz liberando i prigionieri superstiti e scoprendo i luoghi e gli strumenti dello sterminio programmato per milioni di persone, in massima parte ebrei, che lì e negli altri campi di concentramento si era perpetrato dal 1940 in avanti.

Nel novembre del 2005 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha definito il 27 gennaio Giornata internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto, per ricordare la Shoah e affermare la comune volontà e responsabilità degli Stati membri di condannare i totalitarismi e ogni tipo di politica di oppressione e di persecuzione.

In occasione di questa ricorrenza, Istituzioni pubbliche, Enti e Associazioni in Italia e all’Estero indicono e organizzano cerimonie ufficiali, incontri, proclamazioni e dibattiti diffusi dalla rete dei media, perché la progressiva scomparsa dei testimoni di quei fatti non renda sfuocato il ricordo e il giudizio sul genocidio compiuto e perché, come diceva Pavel Florenskij, «non esiste cultura laddove non esiste ricordo del passato, la gratitudine verso il passato e la salvaguardia dei valori».

Ma, come ha affermato Gabriele Nissim in “Una memoria responsabile” nell’Editoriale di Gariwo del 14 gennaio 2010: «il problema più complesso nei nostri tempi e su cui la riflessione è spesso carente è di tipo diverso: cosa ricordare e come ricordare? Possiamo infatti fare decine di commemorazioni, ma poi sentire un vuoto accorgendoci di seminare soltanto retorica e parole al vento e di svolgere un rito che ci esime da una responsabilità».

 

Si può correre cioè il rischio di rimanere indifferenti e passivi anche ascoltando la rievocazione di eventi tragici quali la Shoah e la storia degli uomini e dei popoli che l’hanno vissuta, quando le parole e le proclamazioni sono percepite come astratte e lontane.

Infatti ciò che vince e scuote la nostra intelligenza e il cuore può essere soltanto (come sempre del resto) l’esperienza delle vittime innocenti e degli uomini che hanno resistito al male senza abbandonarsi alla disperazione, testimoniando i loro ideali e la loro fede, lottando per la libertà, facendo del bene ai più deboli, raccogliendo prove e documenti di ciò che avveniva, tramandandone il ricordo alle generazioni future, per una condivisione e una riflessione sul valore della libertà e della vita di ogni uomo.

 

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