ANNI ZERO/ Waters: la rivoluzione del ’68? Vademecum per liberarsene
giovedì 7 gennaio 2010
Nella cultura dei nostri giorni è pressoché impossibile esprimere critiche su qualche aspetto del modo di vivere moderno senza che si passi per oppositori totali di ciò che si mette in discussione. Per esempio, chi critica l’abuso di alcool viene immediatamente etichettato come astemio e, se si scopre che si fa un bicchiere la domenica, diventa istantaneamente un “ipocrita”. Non si tratta di un fatto accidentale, ma piuttosto del sintomo di una visione ideologica della libertà. Al centro di queste discussioni non viene messo l’alcool di per sé, ma l’idea che certi comportamenti ricadano in una particolare definizione di “libertà” e che, quindi, possano essere messi in discussione solo da chi sta cercando di ridurre o attaccare la libertà.
Non è permesso, cioè, essere contemporaneamente in favore della “libertà” e contro di essa: bisogna scegliere tra la libertà e qualcosa d’altro. Per capire cosa potrebbe essere questo ”qualcosa d’altro”, dobbiamo tornare a circa 55 anni fa per poter considerare in modo globale lo sviluppo della cultura moderna nelle sue varie dimensioni chiave. Forse l’elemento centrale in questa descrizione è l’emergere nella società moderna del rock ‘n’ roll, un evento che si fa concordemente risalire alla metà degli anni ’50 e che cominciò concretamente con Elvis. Elvis Presley spinse il mondo a svegliarsi alla libertà, al desiderio, al cambiamento, alla rivoluzione, alla vita. Elvis disse “Svegliatevi” e così pose fine al periodo postbellico contrassegnato da incertezza e stanchezza.
Sam Phillips, l’uomo che registrò le prime canzoni di Presley nei Sun Studio cinquantacinque anni fa, disse che fino a quando Elvis entrò dalla porta, non sapeva cosa stesse cercando, ma sapeva che si trattava di qualcosa di unico, del tutto nuovo, qualcosa che non si adattava a nulla né rifletteva nulla della vita di allora in America. Qualcosa che avrebbe reso tutto un po’ senza significato, qualcosa che avrebbe creato confusione, che non avrebbe permesso di continuare a sentirsi sicuri con le modalità abituali fino a quel momento. Elvis era già capitato in uno degli studio di Phillips qualche mese prima per pagare i suoi 4 dollari e registrare That’s When Your Heartache Begins e My Happiness come regalo per sua madre.
Nell’estate del 1954, invece, era lì per iniziare a registrare quelli che sarebbero diventati noti come i Memphis Records, un pugno di canzoni che avrebbero cambiato il mondo, al di là di ogni esagerazione o iperbole. Milkcow Blues Boogie, Good Rockin’ Tonight, You’re a Heartbreaker, Baby Let’s Play House, That’s All Right sono vitali oggi come il giorno in cui furono scritte. Queste canzoni erano, e rimangono, l’annuncio di quelle che sembravano le possibilità infinite della libertà personale: il manifesto di una nuova sensibilità che rifiutava di conformarsi alle costrizioni dell’autorità esistente, il rifiuto cioè dell’infallibilità dei vecchi da parte dei giovani. Ascoltandole, non si poteva, o non si può, evitare l’impressione che tutto potesse essere completamente diverso da come si diceva dovesse essere.
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Questo era e questo rimane il messaggio del rock ‘n’ roll. Questo messaggio cadde in una realtà opaca e monocroma, caratterizzata da prudenza e conservatorismo, e fu perciò a quel tempo una incontestabile testimonianza di qualcosa che era stato soppresso nello spirito umano. Dal punto di vista culturale ha contrassegnato quella generazione come mai nessun’altra lo era stata: una generazione che avrebbe assunto l’affermazione della giovinezza come la forza guida delle sue azioni e delle sue prospettive. L’energia di quei momenti iniziali finì per trasmettersi a tutto il decennio, gli anni Sessanta, e in particolare a certi momenti, soprattutto al ’68 e alle sue connotazioni di ribellione giovanile e di ripudio dei valori politici del tempo.
Al fondo, la rivoluzione era più esistenziale che politica: ripudiava ogni forma di autorità, da quella dei genitori a quella divina, e stabiliva come etica dell’epoca la rivendicazione del desiderio umano nella sua forma più immediata. Ma sembrò anche credere di aver scoperto qualcosa di nuovo sulla natura umana: che tra l’umanità e la perfezione si frapponeva solo la distorta voglia di potere dei vecchi e dei delusi. Avendo posto al centro della rivoluzione l’idealismo giovanile, divenne impossibile dissentire senza essere accusati di voler riprendere le idee della vecchia guardia. Mettere in discussione un qualsiasi aspetto di questo progetto libertario significava qualificarsi come un “reazionario”, un controrivoluzionario desideroso di restaurare le autorità del passato e le loro restrizioni.
Così anche questa rivoluzione, come tutte le altre, diventò cieca di fronte ai propri limiti e alle proprie contraddizioni e, quando cominciò a cadere negli eccessi e a perdere la percezione dei limiti del proprio conclamato idealismo, non vi fu nessuna voce dal di dentro capace di suggerire un ripensamento o un cambio di direzione. Come in altre rivoluzioni, venne usato il concetto di “vecchia guardia” come un salutare promemoria, nel caso che si insinuasse che anche la rivoluzione poteva avere dei limiti o commettere errori.
L’influenza di questa rivoluzione è durata fino ai nostri giorni e ha caratterizzato la ideologia corrente nella società occidentale. I concetti di virtù e progresso sono stati ridefiniti in modi che devono essere ancora analizzati, in quanto appaiono essere elementi neutrali e naturalistici della realtà; in più, le analisi sono state proposte quasi esclusivamente da aderenti alla rivoluzione. Qui vi è una notevole ironia: del potere culturale del rock ‘n’ roll e del suo miscuglio di sentimenti grezzi si è impadronita una generazione di potere che, se una volta esaltava la giovinezza oltre ogni limite, si è però attaccata al potere più tenacemente di ogni precedente generazione. Tutto questo ha portato alla libertà, certamente, ma solo a un certo tipo di libertà, e ha altrettanto sicuramente chiuso il mondo a una più profonda comprensione di ciò che la vera libertà significa.
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Molti dei problemi lasciati in eredità da questo particolare approccio alla libertà nei cinque passati decenni sono di natura politica o sociale, ma si è sviluppata una tendenza a ignorare il fatto che questi problemi hanno le loro radici in una più profonda e fondamentale distorsione della realtà umana. In particolare, l'antipatia insita nell'ideologia degli anni ’60 verso l’autorità ha significato che molti degli attuali membri della società occidentale sono cresciuti in una cultura che li ha attivamente esclusi da elementi chiave della loro stessa natura: la loro creatività, la loro dipendenza e la loro mortalità.
Ora, però, si presenta un’opportunità. Entro un decennio, gli ultimi di quelli che hanno partecipato alle barricate del 1968 raggiungeranno l’età della pensione: si aprirà perciò nella cultura occidentale sia un vuoto di potere che la possibilità di proporre un nuovo orientamento. Tuttavia, prima che ciò accada, sorge la necessità di descrivere pubblicamente ciò che è accaduto, affinché ciascuno possa capire.
(Domani, John Waters continuerà la sua analisi suggerendo come un nuovo inizio potrebbe essere immaginato)
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Ho molto apprezzato questo articolo di Waters, come anche il commento della lettrice. Qualche decennio fa i dialoghi giovanili erano forzati entro due principali rigidi canali: "rossi" o "neri". Poche le opportunità di imbroccarne altri. Raro potersi muoversi su un terreno aperto. C'erano le camice di forza delle "ideologie". Sussiste quel problema di comprensione reciproca che l'articolista esemplifica molto simpaticamente nei primi due paragrafi. Certamente oggi c'è più libertà di parola, perché non c'è più quell'alto rischio di subire un pestaggio. Ma ciò non significa affatto che vi sia maggiore capacità di ascolto, e di comprensione. Non è gratificante parlare a chi non vuole sinceramente ascoltare (epoca dei "sentimenti grezzi" e delle orecchie tappate). Forse oggi il dialogo è ancor meno stimolante. Poiché quella "visione ideologica della libertà" che Waters cita, non deriva da ragionati costrutti filosofici. Non c'è analisi né "definizione di libertà”. In fin dei conti, "libertà" significa "fare i comodi propri". Prezzolini ha ben spiegato come questa interpretazione è una salda tradizione nazionale nel nostro Bel Paese. Si, nei primi due paragrafi leggiamo di "una generazione senza memoria e con poca cultura (...) un popolo di incolti" figli di quegli anni, "senza conoscere le ragioni di quegli anni".
L'articolo mi sollecita a ripensare alla mia esperienza in quei tempo. Avevo vent'anni nel sessantotto e la spinta libertaria era forte sopratutto nelle università. Tuttavia io non ho preso parte alla cosiddetta rivoluzione e per anni ho avvertito un senso di perdita, come se fosse accaduto qualcosa di importante lì dov'ero ed io ne ero fuori. Banalmente ne ero fuori perchè già insegnavo nella "vecchia scuola", avendo come colleghi di lavoro proprio quei mostri che la contestazione voleva abbattere. In verità lo scenario che avevo quotidianamente di fronte rendeva ragione delle accuse: spocchiosi e saccenti erano molti dei miei colleghi, ed io mi sentivo fuori posto. Poi ho visto le risposte istituzionali alla contestazione: modifica dell'esame di stato, organi collegiali nella scuola, sei politico all'università, immissioni in ruolo di massa. Il mio compianto amico Emanuele Riverso ebbe a dire: pagheremo tutti l'interruzione del processo di trasmissione culturale avvenuta a seguito del sessantto. Aveva proprio ragione ed ora che gli ex sessantottini vanno in pensione saranno sostituiti genenralmente da un popolo di incolti, da coloro che sono cresciuti in quegli anni, senza conoscere le ragioni di quegli anni, che ne hanno vissuto gli effetti entro uno scenario socio culturale estremamente complesso. Anch'io sono in età di pensionamento, vedo cosa mi seguirà e ho forti timori per questa generazione che seguirà, una generazione senza memoria e con poca cultura.