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IDEE/ 1. Di chi siamo? Tutti i dilemmi di una identità in bilico

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«E tu a chi appartieni?»: nelle diverse flessioni dei nostri dialetti, fino a poco tempo fa non era difficile, soprattutto nella provincia meridionale, sentire rivolgere questa domanda per sapere come uno facesse di cognome, di quale famiglia fosse membro, che rapporti di parentela avesse, che posizione nel contesto sociale ricoprisse, e così via. Insomma tutto il mondo di una persona sospeso al filo della sua appartenenza e attraversato da esso.

 

Quello dell’appartenenza è un problema che – almeno a livello psicologico e sociale – è visto oggi come un residuo. In primo luogo il residuo di una personalità non ancora compiutamente emancipata o criticamente matura, che si attardi in maniera quasi patologica a concepire se stessa a partire dal rapporto con la sua origine, e quindi ancora in qualche modo “dipendente” da altro. Non che i legami di filiazione e di appartenenza ad un ceppo familiare, ad una terra, ad una storia, ad una cultura siano negati – e come potrebbero esserlo? –, ma essi vengono appunto ricondotti a una matrice psicologica o antropologico-culturale, a un deposito simbolico, a una preistoria emotiva. Né si può dimenticare la diffusa messa in discussione delle appartenenze ideologiche e delle identità religiose e politiche, che sembra abbiano lasciato come conseguenza più diffusa, anche solo nell’immaginario collettivo, che appartenere ad una storia, ad una comunità, ad un gruppo sociale è sicuramente un bene ed un passaggio inevitabile per il singolo, ma ultimamente impossibile a durare come costitutivo della propria conoscenza e della propria azione nel mondo, poiché prima o poi l’appartenenza va pagata al prezzo della libertà e dell’auto-determinazione, e se resta avrà la materia del “sogno” o dell’utopia. Un ideale, certo, ma staccato dalla realtà.

 

Per un altro verso, tuttavia, l’appartenenza è addirittura tornata ad occupare la scena culturale del nostro tempo, intesa proprio come il grumo affettivo o ideologico rimosso – e quindi irrisolto – di molte storie individuali, troppo affrettatamente illuse di potersi auto-determinare liberandosi dai rapporti con la propria origine e la propria storia. Oppure essa ritorna come una specie di correttivo sentimentale rispetto ad una razionalità calcolante e impersonale che sembra omologare tutto quello che tratta. Insomma, un disagio profondo che chiede di essere sempre nuovamente attraversato o una tendenza culturale (e in molti casi finanche alla moda) nel segno di un ritorno alle proprie radici o di un gusto per le tracce e i valori etnici di ogni cultura.

 

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