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IDEE/ 1. Di chi siamo? Tutti i dilemmi di una identità in bilico

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Senza neanche tentare in questa sede di ricostruire lo sviluppo storico del problema, mi limito a sottolineare soltanto che a partire dal Seicento – da quando cioè esplode in Europa il problema delle guerre di religione – le identità storiche e le appartenenze religiose vengono progressivamente pensate come fenomeni particolari e necessariamente parziali (ciascuna però con una pretesa di totalità, e quindi inevitabilmente in conflitto con le altre), di contro a una “natura umana” pensata come comune a tutti, ma non in quanto ritrovata attraverso esperienze di fatto, bensì in quanto stabilita per così dire a priori dalla stessa legge naturale. Un puro meccanismo che fa a meno della storia, con la funzione di costituire una regola suprema di ciò che accade storicamente, sebbene alla fine questo si riveli come un’astrazione o un puro esperimento mentale, giacché la natura umana non esiste mai in sé e per sé, ma si dà sempre concretamente in esperienze storiche determinate.

 

Piuttosto bisogna osservare – ma tornerò più avanti su questo punto – che ogni esperienza storica, ogni determinata identità è l’unico modo che noi abbiamo per scoprire dei fattori comuni e universali della nostra natura, senza che le due cose siano in contraddizione tra loro. E invece da un certo momento in poi le cose cominciano inesorabilmente a divaricarsi: la natura comune o universale diviene il metro di misura di ogni esperienza particolare, e viceversa ogni identità storica particolare, ogni determinata appartenenza viene vista in qualche modo come una limitazione o parzializzazione di una neutra norma antropologica.

 

Il passaggio dal “relativo” delle identità storiche all’“assoluto” della legislazione razionale aveva come obiettivo principale niente di meno che salvaguardare la pace sociale tra le diverse parti politico-religiose, attraverso una precisa strategia della tolleranza che, da un lato, si appellasse alla ragione umana, intesa come il criterio supremo dell’universalizzazione dei comportamenti e delle norme, come collante della convivenza sociale; dall’altro escludesse che una pretesa di verità possa in qualche modo sottrarsi alla regola del potere statale.

 

Continua

 

 



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