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IDEE/ 1. Di chi siamo? Tutti i dilemmi di una identità in bilico

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Senza entrare qui nel merito della gnoseologia lockeana, basti ricordare che essa contempla non solo la possibilità di una «conoscenza certa» (knowledge), tanto evidente quanto limitata alle idee ricavate direttamente dall’esperienza (cioè sensazione e riflessione), quindi di per sé ancora incapace di orientare le nostre decisioni e con ciò condurre la nostra vita, ma anche una «conoscenza probabile» (judgment), che riguarda cose di cui non abbiamo direttamente una conoscenza certa, ma a cui diamo il nostro assenso indirettamente, o perché ne rileviamo l’accordo con la nostra esperienza, oppure perché ci basiamo sulla testimonianza credibile di altri uomini (e cioè per fede).

Il giudizio, dunque, può essere dato come assenso razionale, ma anche come assenso per fede (la fede infatti, secondo Locke, deve sempre poter esibire le sue buone ragioni, e quindi non va mai contrapposta alla razionalità). Dal giudizio esulano invece le cose che risultano «incompatibili o inconciliabili» con le nostre conoscenze razionali (certe o probabili che siano), e che si presentano come oggetto di un fideismo fanatico o di un «entusiasmo» misticheggiante, in quanto presumono di basarsi su una rivelazione che possa fare a meno della ragione. E mentre la vera rivelazione divina per Locke ha come suoi segni certi la ragione e la Scrittura, il fanatismo ha come segno la spada da impugnare per sconfiggere in nemici della propria confessione. 

 

Per assicurare una reale situazione di tolleranza, dunque, la legge naturale non basta e la stessa evidenza della conoscenza razionale è sempre in pericolo di essere sopraffatta dal fanatismo irrazionale. Per questo, nel momento in cui l’interesse religioso degli uomini (con i suoi rituali, le sue credenze e i suoi costumi) entrasse in conflitto con l’interesse civile, è il potere civile che è chiamato a risolvere il conflitto e ad assicurare la convivenza pacifica nella società. Il magistrato infatti, secondo Locke, ha sempre il diritto di intervenire nelle cose che riguardano il bene pubblico, e dunque anche in quelle di religione, laddove esse lo contraddicano.

 

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