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IDEE/ 2. Le avventure di un "io" conteso tra la politica e il niente

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Costantino Esposito affronta le radici culturali del rapporto tra identità e differenze e la difficoltà odierna di pensare un “io” in relazione con l’altro. Il primo articolo, IDEE/ 1. Di chi siamo? Tutti i dilemmi di una identità in bilico, è uscito lunedì scorso. La terza e ultima parte sarà pubblicata lunedì prossimo 25 ottobre.

 

Nella soluzione moderna al problema delle identità la partita sembra giocarsi interamente sul rapporto tra la parte e il tutto: il tutto è la comunità civile, normata dalle leggi dello Stato, le parti sono le singole identità religiose. Le loro differenze sono tollerabili ma solo fino a quando non turbino l’ordine unitario del corpo sociale, il quale va dunque considerato come l’orizzonte di possibilità e di senso di ogni verità identitaria, e le identità, da parte loro, vanno sempre commisurate ad una totalità entro la quale esse devono inserirsi e alla quale devono essere in qualche modo funzionali. L’alternativa drammatica è dunque la seguente: o le guerre di religione o la sottomissione di ogni identità al potere dello Stato. Da questo punto di vista arrivano a cambiare anche i termini della questione: il rapporto tra identità e differenze non va più visto a partire da ciascuna delle identità, perché esso deve trovare un punto di osservazione terzo (“terzo” nel senso esatto di “neutro”), un’istanza superiore, quella del potere (o meglio dei poteri) del governo civile, che assume per così dire totalmente su di sé il senso e il ruolo di una nuova, autentica e legittima “identità” artificiale, ricomprendendo, regolamentando e delimitando sotto di sé tutte le differenze. In altri termini tutte le identità costituiscono per ciò stesso altrettante differenze, non solo o non più tra di loro, bensì rispetto allo standard identitario comune delle istituzioni statali. 

 

È quello che, nel secolo successivo, verrà teorizzato da Rousseau (1712-1778) – un autore che peraltro ha giocato e gioca un ruolo significativo anche in chiave pedagogica. Rousseau può essere considerato un pensatore molto distante, se non contrapposto a Locke, quando afferma che lo stato di natura è «uno stato che non esiste più, che forse non è mai esistito, che probabilmente non esisterà mai», ma che ci serve per poter «giudicar bene del nostro stato presente» (Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza, 1754, Introduzione). La legge naturale non sembra più essere uno strumento di comprensione e di direzione razionale delle vicende degli uomini, dal momento che da quando questi sono entrati nella società (e cioè, da quando essi concretamente esistono, secondo le loro appartenenze, la loro cultura, i loro costumi ecc.) è iniziato un processo di inesorabile corruzione. Anzi, contro i giusnaturalisti Rousseau afferma che quando i filosofi tentano di identificare una «legge naturale» cooriginaria alla condizione primitiva dell’uomo, il più delle volte proiettano su di essa, e giustificano grazie ad essa, i vizi e le corruzioni della vita civile. Quale sia l’originaria natura umana è ormai impossibile riconoscerlo, dopo le erosioni compiute dal tempo. Ciò che esiste effettivamente è solo e sempre la società, e la natura umana funziona per così dire come un concetto euristico grazie al quale poter determinare il modo in cui la società «crea» gli individui.

 

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