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IDEE/ 2. Le avventure di un "io" conteso tra la politica e il niente

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Per poter sopravvivere in società, l’uomo deve sottoporsi ad una trasformazione di tipo ontologico (changer sa manière d’être), e cioè trasformare la sua stessa natura, in maniera tale che l’essere assoggettati mediante i legami sociali non appaia più come una schiavitù ma come la conquista della libertà. Secondo Rousseau, com’è noto, tutto ciò può accadere solo ad opera della legge dello Stato, che incarna la «volontà generale», cioè nell’alienazione totale di ciascun individuo e dei suoi diritti a vantaggio della comunità: «ciascuno di noi mette in comune la sua persona e tutto il suo potere sotto la suprema direzione della volontà generale, e noi tutti, in quanto corpo, riceviamo ciascun membro come parte indivisibile del tutto» (Il contratto sociale, 1762). Così si compie il miracolo di essere al tempo stesso alienati in altri e liberi, condizionati e autonomi, di amare se stessi amando il bene dello Stato come il proprio. In questa maniera ci si congeda dall’«uomo» e si comincia a vivere come «cittadino»: ma la seconda figura non è una specificazione della prima, bensì una netta alternativa ad essa: «Bisogna scegliere se fare l’uomo o il cittadino; perché non si può fare insieme l’uno e l’altro». E ancora: «L’uomo naturale è tutto per sé: è l’unità numerica, è l’intero assoluto che ha rapporto solo con se stesso o con il suo simile. L’uomo civile non è che un’unità frazionaria che dipende dal denominatore e il cui valore risiede nel rapporto con l’intero, che è il corpo sociale. Le buone istituzioni sociali sono quelle che meglio riescono a denaturare l’uomo, a privarlo della sua esistenza assoluta per conferirgliene una relativa, a inserire l’io nell’unità comune. Così che ciascun individuo non si creda più uno, ma parte dell’unità, e non sia più consistente se non nel tutto» (Il contratto sociale).

 

Notiamo qui una strana inversione del problema: non è tanto il carattere relativo di ogni individualità o identità che richiede, per essere composta con le altre identità a loro volta relative, l’inclusione totalizzante nel corpo dello Stato, ma è proprio la legge dello Stato, come espressione della volontà generale, a determinare il carattere relativo delle identità. E con ciò, la relatività cessa di significare relazione o referenza alle altre identità (e cioè alle differenze), e significa referenza all’istanza unica della universalità rappresentata dallo Stato.

 

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