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IDEE/ 2. Le avventure di un "io" conteso tra la politica e il niente

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Nel passaggio dall’autonomia naturale all’appartenenza sociale, l’identità dell’essere umano diviene ormai quella di un essere pubblico (il cittadino ricompreso nella volontà generale). Se l’uomo deve realizzarsi nello Stato, quest’ultimo deve costituire integralmente e radicalmente l’uomo, che non appartiene più a qualcuno o a qualcosa, ma a tutti, come tutti appartengono a lui: e cioè egli non apparterrà a nessuno e lui stesso non sarà altro che il «nessuno» a cui appartengono gli altri (la formula di Rousseau suona: «se tutti si danno a tutti, nessuno si dà a nessuno»). Di qui deriva il compito dello Stato: «Chi affronta l’impresa di dare istituzioni ad un popolo deve sentirsi in grado, per così dire, di cambiare la natura umana; di trasformare ogni individuo, che in se stesso è un tutto perfetto e solitario, nella parte di un tutto più grande da cui questo individuo riceva, in qualche modo, la vita e l’essere; di alterare la costituzione dell’uomo per rafforzarla; di sostituire un’esistenza parziale e morale all’esistenza fisica e indipendente che noi tutti abbiamo ricevuto dalla natura» (Il contratto sociale).

 La verità dell’io si trasforma nella volontà generale, e la libertà del singolo viene a coincidere con la sua appartenenza al corpo dello Stato e la sua sottomissione alle leggi esprimenti il consenso comune. In definitiva, il rapporto dell’io e della verità può e deve realizzarsi solo in forma politica.

 

Mi sono attardato a considerare questi due autori decisivi per il cosiddetto pensiero moderno, non solo per l’importanza delle loro proposte teoriche (l’uno come riferimento obbligato del cosiddetto pensiero liberale e dell’individualismo su base proprietaria, l’altro delle diverse versioni del primato della società politica in chiave egualitaristica o collettivistica), ma per il fatto che in essi – come anche in altri autori che qui naturalmente non posso neanche citare – viene forgiato il lessico stesso e l’impianto categoriale con cui anche noi, post-moderni, oggi pensiamo i termini fondamentali del rapporto tra identità e differenze a livello pubblico (come è in gioco soprattutto nella scuola). Vale comunque la pena prendere sul serio la sfida di questi autori, per verificare – anche al di là delle loro soluzioni – la vera posta in gioco di tale rapporto.

 

La riflessione di Locke, in primo luogo, ci fornisce un elemento di grande rilievo e di sicura utilità per giudicare del nesso possibile tra identità e differenze nell’ambito della convivenza civile, ed è quello secondo cui il punto di verifica iniziale risiede in un problema di ordine cognitivo. Questo mi permette di sottolineare che tale problema – soprattutto a livello educativo – non è innanzitutto un problema di carattere etico-politico, bensì conoscitivo: o meglio, può essere risolto a livello etico e politico se viene in chiaro circa la sua dimensione cognitiva. Intendo qui il livello conoscitivo non come quello riguardante i presupposti teorici o ideologici delle scelte e dei comportamenti pratici, bensì il livello dell’auto-comprensione ossia della coscienza che noi abbiamo di noi stessi e del mondo.

 

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