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IDEE/ 2. Le avventure di un "io" conteso tra la politica e il niente

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2) La seconda questione riguarda la contestazione, avanzata sempre più frequentemente, che si possa in generale parlare e appellarsi a una “natura umana”, dal momento che non si tratterebbe di qualcosa di sostanziale o di stabile, tanto meno di immutabile, ma di un continuo processo di “antropo-poiesi” (per usare un’espressione utilizzata e forse anche enfatizzata in antropologia culturale). Ogni cultura non sarebbe un fenomeno identitario in senso assoluto, ma solo in senso fluido, non sostanzializzabile, nel quale si può parlare soltanto di costruzioni multiple e in qualche modo incommensurabili, se non per il fatto che sono tutte produzioni culturali, e in definitiva delle finzioni, che non devono essere mai intese illusoriamente come realtà originarie o segni di una eccedenza del reale rispetto al soggetto, ma come l’attestazione della nostra unica natura, cioè la cultura come auto-produzione di sé. L’illusione che qui si tratti di un dato ontologico con una sua verità che non è a nostra disposizione, deve in qualche modo rovesciarsi nella considerazione di ogni dato ontologico come illusione.

 

Leggiamo in un recente saggio di antropologia culturale: «La prima consapevolezza è: noi sappiamo che non possiamo sottrarci al compito antropo-poietico; non possiamo delegare ad altri la responsabilità di fabbricare modelli di umanità e provare a realizzarli tra noi. La seconda consapevolezza è: noi sappiamo che i nostri modelli di umanità sono una delle possibilità tra tante (noi siamo fatti così, ma potremmo essere diversamente). La terza consapevolezza è: sappiamo anche che quello che facciamo non è altro che una ‘finzione’, una ‘finzione di umanità’. […] Diventare uomini significa capire l’importanza della finzione e, nello stesso tempo, svelarla: significa dunque acquisire la terza consapevolezza come elemento indispensabile per la propria umanità e per il buon funzionamento della società» (F. Remotti, Contro natura. Una lettera al Papa, Laterza, Roma-Bari 2008, pp. 211-212).

 

(Secondo di tre articoli)

 

 



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