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SINDONE/ Quando San Carlo Borromeo andò a piedi a contemplare il sacro lino

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E quando la visione del lino, dispiegato su di un telaio nel coro della chiesa, fu consentita alla folla accorsa, tra cui erano dei pellegrini reduci da Roma e da Gerusalemme, «il popolo gridava a gran voce “Misericordia!” con inesprimibili sentimenti di devozione». Una tale esclamazione doveva essere abituale dinanzi a rappresentazioni impressionanti della passione del Redentore, tali da suscitare nei fedeli, atterriti dalle sofferenze causate anche dai loro peccati, l’invocazione del perdono divino: è sintomatico, per esempio, che sulla scena della Passione che si rappresentava a Roma nel Colosseo, gli astanti prorompessero nella stessa esclamazione allorché la Veronica mostrava loro il panno in cui Gesù aveva impresso il suo volto.

Ma ciò avvennne anche quando, nel 1578, il duca Emanuele Filiberto fece trasferire la Sindone da Chambéry a Torino per favorire Carlo Borromeo, che aveva intrapreso un pellegrinaggio a piedi, da Milano, per venerarla (il pellegrinaggio e le cerimonie conseguenti furono divulgate in una lettera a stampa del gesuita Francesco Adorno).

La reliquia fu mostrata dal cardinale e da quattro vescovi sopra una loggia allestita dinanzi al palazzo ducale a «una gran moltitudine d’huomini et donne», e questi, «vedendo il sacro Sudario, gridavano con gran devotione: Misericordia». La Sindone fu poi trasferita nella cattedrale, dove si tenne la cerimonia delle Quarant’ore: il Borromeo e altri ecclesiastici si avvicendavano nel tenere ogni ora una predica tra l’affluire di parrocchie e confraternite che convenivano in processione. Agostino Cusano, che accompagnava Carlo Borromeo, sottolinea una significativa coincidenza simbolica: si fece «l’oratione delle 40 hore continue giorno e notte conforme al tempo che il nostro Salvatore stette involto e sepolto in quella Sindone».

Non conosciamo il contenuto dei sermoni svolti in quell’occasione dal cardinal Borromeo, ma possiamo immaginare che egli, così come più tardi nelle omelie da lui tenute nel duomo di Milano durante la quaresima, mirasse a indurre nei suoi uditori una persistente immedesimazione nei sentimenti e nelle sofferenze del Redentore come via alla conversione personale e all’imitazione di Cristo.

E non mancarono altri sviluppi. Terminata la cerimonia, il giorno dopo, con una nuova ostensione, il Duca, avendo inteso che molti suoi sudditi valdesi erano venuti dalle valli di Perosa e di Luserna per vedere il cardinal Borromeo, volle che si prolungasse l’orazione delle Quarant’ore con altri sermoni «per vedere se si fosse potuto fare qualche acquisto nella conversione di quei popoli e il cardinale nostro continuò a ragionare per spacio di quasi due hore, con silentio et attentione grande e mirabile in tanto concorso».


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