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SINDONE/ Quando San Carlo Borromeo andò a piedi a contemplare il sacro lino

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Ma quale fu l’esperienza di coloro che in questa e in successive occasioni poterono scrutare dappresso il sacro lenzuolo? L’Adorno racconta che una sera la Sindone fu mostrata riservatamente ai membri della famiglia del Cardinale: questi con «singolar reverenza et humiltà stava a piedi della sacra imagine, di dove mai si mosse» fin che non fu riposta. Altri rendono conto dell’impatto che l’immagine impressa sulla Sindone ebbe su di loro allorché seguirono il Borromeo a Torino per le ostensioni del 1578 e del 1582. Per il Cusano «la figura tutta è assai oscurata, et come di un’ombra nera o come di primo abbozzo di pittura che hora si vede, hora non si vede, e genera maggior desio e diligenza di rivederla meglio».

Nel 1582 Alfonso Paleotti esamina con acume appassionato l’immagine impressa nella Sindone traendone originali osservazioni sulle modalità della crocifissione di Gesù, osservazioni che in una prima stampa della sua Esplicatione del sacro lenzuolo (1598) apparvero tanto innovative rispetto alla rappresentazione tradizionale (specie quanto ai chiodi, infissi nei carpi e non nelle palme delle mani) da indurre l’autore a ometterle in parte, in attesa che una superiore ispirazione ne favorisse l’accoglimento: ad ogni modo la sua opera e l’illustrazione che l’accompagnava ebbero ampia risonanza in varie traduzioni e rielaborazioni, nonché nel trattato di Jean Jacques Chifflet De linteis sepulcralibus (Anversa 1624).

Sempre nel 1582, il segretario e seguace di Carlo Borromeo Carlo Bascapè, scrivendo ai suoi confratelli barnabiti dei sentimenti in lui suscitati dalla reliquia, osserva che neppure il pellegrinaggio al Santo Sepolcro di Cristo può togliere valore a quello della Sindone torinese, «dove è posto un ricetto più intimo di quelle membra divine che non fu il sepolchro; et che, oltra a ciò, rappresenta la forma loro, et le sue acerbissime passioni, et ancor si vede rosseggiare del suo sangue pretioso». E dichiara che «quei vivi color, che dalle cose stesse di vere e non finte forme impressi rimasero […] passando per gli occhi recano al cuore veraci e vive figure di ciò che rappresentano».

In queste espressioni si possono già ravvisare gli intendimenti di mistico realismo che guidarono lo stesso Bascapè, divenuto vescovo di Novara nel 1593, nel promuovere e dirigere sistematicamente nuove rappresentazioni plastico-pittoriche nelle cappelle del Sacro Monte di Varallo, da lui riformato e integrato quale coinvolgente teatro della vita e passione di Cristo. Lo stesso Bascapè ricorda, nella biografia del suo maestro, che questi nel 1578 «compì una diversione al monte di Varallo per contemplarvi ancora, con rinnovata meditazione, pur da lontano, dinanzi alle immagini di quel luogo che rappresentano i patimenti del Signore, la stessa miserevole figura che nel sacro lenzuolo ne restituisce così atrocemente tutte le ferite e i tormenti»

E ancora nel 1584, di ritorno dal pellegrinaggio a Torino, Carlo Borromeo si raccolse per qualche giorno, prima della morte, sul monte di Varallo, dove pensava anche a una riforma di quelle cappelle, che ne facesse un più adeguato strumento di catechesi e di meditazione. Invero, lo stesso pellegrinaggio supplementare da Torino a Varallo non era ignoto a comuni fedeli, come quelli che lasciarono traccia del loro passaggio in un graffito della cappella della Crocifissione, dopo essersi recati a prendere la “perdonanza di Piemonte”, cioè l’indulgenza concessa dal papa per l’ostensione della Sindone nel 1582.

 

 

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