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IDEE/ 3. Sarà la bellezza a guarirci dal nichilismo e dal fondamentalismo

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Da questo punto di vista, responsabilità peculiare della scuola dovrà forse essere, sempre più marcatamente, quello di permettere di rintracciare nella propria esperienza i segni evidenti dell’esigenza del senso – cioè della domanda di essere e di esser-felice o compiuto – che permettano in primo luogo di mettere nuovamente in questione e verificare criticamente la congruenza o pertinenza delle risposte fornite dalla propria tradizione (cioè di mettere alla prova la propria identità, che sebbene ricevuta esige di essere scelta o rifiutata dal singolo io); in secondo luogo di individuare proprio a questo livello di verifica, presente come esigenza metodologica all’interno di ogni identità, il principio della comprensibilità di tutte le culture e quindi di tutte le differenze. Questo non certo per ridurre forzatamente le diversità ad una struttura imposta artificialmente dall’alto, ma per verificare le condizioni alle quali gli uomini possono comprendersi (e di fatto si comprendono) tra loro e possono tradurre (e di fatto traducono) una cultura in un’altra. Nella nostra esperienza noi apprendiamo, ogni giorno, che è possibile intendersi tra uomini di culture e identità differenti. Come mai? Cosa lo rende possibile? Evidentemente dev’esserci già presente, o all’opera, un fattore o dei fattori che lo permettano. Essi, secondo la mia ipotesiconsistono nella domanda di senso e nell’esigenza del vero, del giusto e del buono, non intesi come prospettive vaghe o come indicazioni di un’ulteriorità utopica, ma come funzioni operative del nostro modo di stare al mondo.

 

3) La terza questione riguarda infine l’idea, oggi assai diffusa, che per salvare le differenze si debba rinunciare a ogni pretesa di verità, e che di contro ogni affermazione di verità implichi inevitabilmente un “monismo” culturale. Anche in questo caso opera in maniera determinante il vocabolario che usiamo: se la verità coincide con qualcosa di assoluto, di intemporale e di fissato una volta per tutte, ciò che è invece temporale, storico, contingente non potrà che fuoriuscire dalla pretesa della verità di essere immutabile. Anche qui giunge per così dire alle sue estreme conseguenze tutta una storia del pensiero moderno, secondo la quale il rapporto tra l’io e la verità giunge alla sua massima problematizzazione. Nel senso che o la verità oggettiva del reale viene vista come un valore assoluto che eccede e trascende l’esperienza individuale dell’io, oppure essa è ridotta alle certezze costruite all’interno dell’io stesso. E nella cultura contemporanea questa difficoltà di rapporto tra l’io e il vero sembra essere giunta ad uno stato di crisi non più patologica ma fisiologica. L’io sembra che possa affermare se stesso, solo al prezzo di rinunciare al suo rapporto costitutivo con la verità; e al contrario, affermare la verità sembra essere possibile solo al prezzo del suo distacco dall’esperienza soggettiva dell’io. Considerate nei suoi esiti estremi, la prima chance è quella che porta tendenzialmente al relativismo nichilista, la seconda è quella che anima la prospettiva dell’assolutismo fondamentalista: un io senza verità e una verità senza io.



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