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IDEE/ 3. Sarà la bellezza a guarirci dal nichilismo e dal fondamentalismo

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Ma la verità è tale che essa si presenta sempre nell’esperienza come un bisogno. Non voglio certo sostenere che la verità sia un prodotto culturale o artificiale delle nostre aspettative, ma che la nostra domanda del vero e del reale costituiscono il segno più evidente che noi siamo già in rapporto con essa. Da dove infatti nascerebbe il nostro desiderio di capire come stanno veramente le cose rispetto a noi, agli altri, al mondo intero? E si noti che, anche nei casi in cui noi non volessimo sapere e preferissimo restare sospesi nell’incertezza o racchiusi nell’immaginazione, lo faremmo per difenderci da una verità che temiamo, ma paradossalmente proprio questo attesterebbe che non possiamo vivere senza questo rapporto. Come una volta ha scritto Agostino d’Ippona, tutti gli uomini, senza eccezione alcuna, provano piacere nel vero, una sorta di gusto nel conoscere la verità (gaudium de veritate), e non vale l’obiezione che questo non lo si riscontrerebbe nei menzogneri, poiché anche quelli che ingannano gli altri almeno non vorrebbero mai essere ingannati loro stessi (cfr. Confessioni, libro 10, 23.33).

 

 

Ma come scopriamo questo rapporto strutturale al vero? In che misura esso è operativo nel nostro io? Solo in un confronto serrato con i dati della realtà, sia quella naturale che quella culturale. Solo in tale confronto il vero – cioè il senso oggettivo, ossia la ratio ­– può essere scoperto e messo alla prova: non inventato, costruito o imposto da noi (che è il rischio permanente dell’ideologia), ma accolto e ripensato come un significato portato dalla realtà stessa. Anche a questo proposito può aiutarci Agostino, il quale afferma, sempre nelle Confessioni (libro 10, 6.10) che la realtà ci parla soprattutto attraverso la sua «bellezza» (species), che per l’Ipponate non è un mero valore estetico, bensì la scoperta di un ordine, di un’armonia o di un logos, cioè della ragione profonda per cui le cose ci sono. Solo che, questa bellezza «non parla a tutti nella stessa maniera», o meglio: tutti la vedono, ma non tutti la colgono. Possono coglierla solo coloro che sanno fare domande (homines autem possunt interrogare), e cioè che sanno domandare con giudizio. Questa iudex ratio, come la chiama acutamente Agostino, opera come un continuo paragone in coloro che «accolgono la voce ricevuta dall’esterno e la confrontano con la verità che è presente in loro stessi».



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