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J’ACCUSE/ Barcellona: io, da ex Pci, vi spiego chi è il potere che ci governa

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Foto: Tano D'Amico  Foto: Tano D'Amico

Dopo molti anni i leader dei due movimenti, Campanella e Lombardo, diventarono professori universitari e molti di loro, nel corso degli anni, mi hanno ringraziato per non aver ceduto alla richiesta del voto collettivo unico.

Ho sempre ripensato a questa mia esperienza, per me certamente positiva, non tanto per le provocazioni utopiche, che non mi hanno mai sedotto, ma per lo stimolo a capire il significato dell’insegnamento e la comunicazione con un mondo di giovani sicuramente animati da una forte passione per tutto ciò che costituiva critica e rottura dell’ordine vigente. Riflettendo, tuttavia, su quegli anni e sull’eredità che hanno lasciato, mi sono persuaso che dentro quella rivolta studentesca c’erano i germi di una degenerazione individualistica e persino narcisistica delle forme di vita della nostra società.

Le assemblee studentesche anticipavano tragicamente l’idea di “società liquida” di cui parla Baumann, e il leaderismo del microfono in mano favoriva forme primordiali di demagogia populista. Non andava al potere l’immaginazione, come Castoriadis aveva sperato in Socialismo e barbarie, ma la ricerca della soddisfazione dei bisogni nella loro immediata istintività: la libertà sfrenata di ogni desiderio minava lo stesso spirito di gruppo e quella coesione necessaria per costruire alternative reali.

Il ’68 mi è apparso sempre più non come l’ultima fiammata del grande socialismo europeo, ma come l’inizio di una confusione di ruoli e di linguaggi che tendeva a produrre un nuovo tipo di conformismo massificato attorno alla sola bandiera della trasgressione senza progetto di trasformazione. Purtroppo le letture di quel periodo divennero sempre più spesso Marcuse, Deleuze e Guattari. La rivolta si presentava come liberazione da ogni vincolo o legame in nome di una rivoluzione che si proponeva la destrutturazione e l’annichilimento di ogni “sovrastruttura ideologica”: dalla famiglia, vista come un nemico, ai partiti della sinistra tradizionale che venivano indicati come meri traditori delle idealità socialiste.

Alcuni, profeticamente, videro nel ’68 anche uno sfrenarsi dell’individualismo borghese, della media borghesia acculturata che con Marcuse metteva sotto accusa ogni forma di civiltà organizzata e che con Deleuze e Guattari, ne L’Antiedipo, predicava il primato del desiderio senza freni e un’idea astratta di libertà senza limiti. In quegli stessi anni, in un altro libro profetico, Mitscherlich constatava come si stesse formando una gioventù senza padri che non avrebbe criticato le tradizioni, in nome del legittimo diritto di innovare, ma che avrebbe fatto terra bruciata anche delle conquiste progressive che erano state realizzate in tanti decenni di conflitti sociali.



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COMMENTI
31/10/2010 - Come butta il bambino assieme ai panni sporchi (Antonio Servadio)

Condivido le ponderate valutazioni esposte nell'articolo. L'individualismo che oggi è "normale", nacque proprio allora, germinava nel movimento. Il narcisismo su cui attecchiva (si pensi alla febbre da palcoscenico nelle assemblee), la confusione, la massificazione di valori e linguaggi, la trasgressione (violenta) come propellente e metodo di lotta sono stati decisamente efficaci nel produrre proprio i risultati agognati. Anche se questi effetti -come è ineluttabile che fosse- hanno dilagato nel medio periodo, rendendosi pienamente evidenti a distanza di molti anni. L'alienazione della personalità individuale è uno dei ben precisi risultati della frantumazione del tessuto familiare -e quindi anche del tessuto sociale- proprio a causa di quella recisa negazione della nozione di responsabilità, quella che reca in sé la necessità di dialogo, di legami - e quindi anche la fedeltà. Che il movimento avesse anche a che fare con "l'individualismo borghese" lo testimonia l'alta percentuale di "ragazzi di buona famiglia" fra gli agitatori di strada e nell'intellighenzia del movimento. Paradossalmente, oggi la classe media si assottiglia a rapidi passi, auto-affondata. Quanto al femminismo, quello estremista, mi preme rammentare i cortei urlati, con slogan e gestualità storici: "l'utero è mio e lo gestisco io". In quelle parole è detto tutto (molte donne poi hanno cambiato idea). Fu una rivoluzione. Come in tutte le rivoluzioni, si butta via il bambino assieme ai panni sporchi.

 
30/10/2010 - non mi devo essere spiegata (massari annalisa)

Non è successo che il '68 abbia frantumato l'autorità dello Stato: non lo hanno fatto nè le manifestazioni di piazza nè le inqualificabili imprese delinquenziali dei deliranti attori degli anni di piombo ai quali lo Stato non ha ceduto, anzi. L'autorità dello Stato si è messa in crisi da sè quando poteva acquistare ancora maggiore autorevolezza, all'indomani di quegli anni difficili. Lo ha fatto con gli scandali del CAF, con un uso "creativo" e incontrollato della finanza pubblica, con la P2,potrei continuare. Le radici del malaffare non sono certo nel '68, nei figli dei fiori e nel pacifismo. Col '68 si ebbero invece le basi di un nuovo e più forte concetto di legalità democratica, conosciuto dai Costituenti ma sconosciuto allora al popolo italiano, il rispetto delle istituzioni e delle regole che cerchiamo di trasmettere, la fiducia in esse. E così oggi tra uno scandaletto e una gogna mediatica, speriamo davvero nell'Europa!

 
29/10/2010 - una diversa tesi (Fabrizio Terruzzi)

Quando con il '68 e con l'azione politica e sindacale o con i comportamenti individuali di molti, si mina, denigrandola o non rispettandola nelle più diverse occasioni, l'autorità dello stato e del potere legittimamente costituito e non la si sostituisce prontamente con un'altra più autorevole e inflessibile, la conseguenza è una sola: l'anarchia. E nell'anarchia non c'è più un sistema di valori comune e il potere di frantuma, ognuno se ne prende un po', secondo una sua personale visione di giustizia e di società (oppure come meglio gli aggrada): così il giudice, il sindacato, il singolo cittadino, l'uomo politico, lo studente e via discorrendo. In genere l'anarchia sfocia in un regime autoritario (spesso chiamato "rivoluzionario"). A volte l'evoluzione è democratica soprattutto quando emerge un grande personaggio (qui penso a un De Gaulle non a un Berlusconi) in grado traghettare la società verso un nuovo equilibrio. In mancanza speriamo nell'Europa.

 
28/10/2010 - C'era del buono. (massari annalisa)

Non trovo nessun elemento di novità nell'articolo del prof. Barcellona il quale nel '68 già si trovava dall'altra parte della barricata istituzionale (diciamo così). E' vero che l'individualismo la faceva da padrone: più tardi, negli anni dal '73 al '77, quando inizò in Italia la rivendicazione femminista, capitava nelle riunioni "di autocoscienza" tra donne di assistere a sfoghi sui rapporti individuali di forza col partner, senza una visione generale. Sarà che vivevo in provincia. Tuttavia la presa di coscienza di una generazione che scopriva le foto dei propri padri ora rampanti vestiti da balilla, si documentava per conoscere gli orrori della guerra, i guasti della politica e svelarne i sotterfugi studiati fino ad allora come mero esercizio astratto, teorico e letterario nei testi di Machiavelli, una "rivoluzione" l'ha provocata. La denuncia degli effetti subliminali dei messaggi mediatici fa parte della cultura generazionale di quegli anni, bene o male che venga usata. Così come il nuovo diritto di famiglia è frutto di quelle lotte, altrimenti saremmo ancora vittime indifese (anche) del delitto d'onore. La scuola di Don Milani. Vedrei maggiori guasti provenire da scelte economiche attuali che sacrificano scuola università e ricerca, mentre la Germania inaugura un sistema fiscale perequativo. Infatti nel loro inno c'è "Deutschland uber alles": è la nostra cultura di provenienza storica invece che è individualista e familista, nonostante gli influssi innovativi del'68...