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J’ACCUSE/ Barcellona: io, da ex Pci, vi spiego chi è il potere che ci governa

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Foto: Tano D'Amico  Foto: Tano D'Amico

Il carattere narcisistico, che cominciava a diventare il vero motore di ogni iniziativa, si rendeva sempre più evidente nella proliferazione di gruppi e gruppetti che si chiudevano spesso in un settarismo fanatico, praticando persino riti di un’improbabile iniziazione ad una nuova immagine dell’uomo.

A distanza di anni registravo in un libro, intitolato L’individualismo proprietario (1987), che gli anni trascorsi avevano prodotto una forma di individualismo povero, di mero consumo -come scriveva in quegli anni O’Connor-  fondato sulla universale appropriabilità di tutto ciò che veniva prodotto capitalisticamente. Non si era formata, invece, alcuna nuova idea di bene comune e nessuno aveva posto il problema dei limiti naturali allo spreco delle risorse. Ho scritto in quegli anni che si era formato un nuovo individualismo di massa del consumo senza limiti che avrebbe conformato l’idea del benessere come possesso illimitato di oggetti usa e getta.

Questo giudizio così severo vuole aiutare soltanto a capire perché oggi non riusciamo a costruire alcun senso comunitario di appartenenza che non sia legato all’effimera connessione nelle reti dei social network. Forse ciò si spiega con questa sotterranea pulsione alla soddisfazione immediata del bisogno e con la generale infantilizzazione della società. Una infantilizzazione che ha spento totalmente la spinta allo sviluppo della democrazia partecipata che fu pure una componente positiva dell’intera fenomenologia del ’68.

Negli anni ’70, infatti, accanto al movimento degli studenti, si sviluppò nella società italiana una straordinaria volontà di impegno personale nella organizzazione della scuola, della sanità e della giustizia, alla quale fu aggiunto l’aggettivo “democratico” per segnare una nuova fase dell’attivismo sociale. Proliferavano i comitati di quartiere e le organizzazioni di base che si proponevano di inserire le regole democratiche nella vita di istituzioni sclerotizzate.

L’insieme dei fenomeni, tuttavia, fu contrassegnata da una sorta di anticipazione dell’anti-politica che assumeva i caratteri di un vero e proprio disprezzo e ripulsa dei partiti della sinistra italiana ed europea, accusati di aver ceduto alle sirene del capitalismo riformabile. Come dirigente comunista mi trovai più volte nell’amara situazione di essere accusato di servire i padroni e di tradire la classe operaia. Non era però un fatto che riguardava la mia persona, ma un atteggiamento generale che tendeva a delegittimare i partiti storici: insomma un’anticipazione della componente anti-politica che oggi impedisce di produrre una nuova narrazione delle vicende del nostro Paese a partire dalla prima guerra mondiale.



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COMMENTI
31/10/2010 - Come butta il bambino assieme ai panni sporchi (Antonio Servadio)

Condivido le ponderate valutazioni esposte nell'articolo. L'individualismo che oggi è "normale", nacque proprio allora, germinava nel movimento. Il narcisismo su cui attecchiva (si pensi alla febbre da palcoscenico nelle assemblee), la confusione, la massificazione di valori e linguaggi, la trasgressione (violenta) come propellente e metodo di lotta sono stati decisamente efficaci nel produrre proprio i risultati agognati. Anche se questi effetti -come è ineluttabile che fosse- hanno dilagato nel medio periodo, rendendosi pienamente evidenti a distanza di molti anni. L'alienazione della personalità individuale è uno dei ben precisi risultati della frantumazione del tessuto familiare -e quindi anche del tessuto sociale- proprio a causa di quella recisa negazione della nozione di responsabilità, quella che reca in sé la necessità di dialogo, di legami - e quindi anche la fedeltà. Che il movimento avesse anche a che fare con "l'individualismo borghese" lo testimonia l'alta percentuale di "ragazzi di buona famiglia" fra gli agitatori di strada e nell'intellighenzia del movimento. Paradossalmente, oggi la classe media si assottiglia a rapidi passi, auto-affondata. Quanto al femminismo, quello estremista, mi preme rammentare i cortei urlati, con slogan e gestualità storici: "l'utero è mio e lo gestisco io". In quelle parole è detto tutto (molte donne poi hanno cambiato idea). Fu una rivoluzione. Come in tutte le rivoluzioni, si butta via il bambino assieme ai panni sporchi.

 
30/10/2010 - non mi devo essere spiegata (massari annalisa)

Non è successo che il '68 abbia frantumato l'autorità dello Stato: non lo hanno fatto nè le manifestazioni di piazza nè le inqualificabili imprese delinquenziali dei deliranti attori degli anni di piombo ai quali lo Stato non ha ceduto, anzi. L'autorità dello Stato si è messa in crisi da sè quando poteva acquistare ancora maggiore autorevolezza, all'indomani di quegli anni difficili. Lo ha fatto con gli scandali del CAF, con un uso "creativo" e incontrollato della finanza pubblica, con la P2,potrei continuare. Le radici del malaffare non sono certo nel '68, nei figli dei fiori e nel pacifismo. Col '68 si ebbero invece le basi di un nuovo e più forte concetto di legalità democratica, conosciuto dai Costituenti ma sconosciuto allora al popolo italiano, il rispetto delle istituzioni e delle regole che cerchiamo di trasmettere, la fiducia in esse. E così oggi tra uno scandaletto e una gogna mediatica, speriamo davvero nell'Europa!

 
29/10/2010 - una diversa tesi (Fabrizio Terruzzi)

Quando con il '68 e con l'azione politica e sindacale o con i comportamenti individuali di molti, si mina, denigrandola o non rispettandola nelle più diverse occasioni, l'autorità dello stato e del potere legittimamente costituito e non la si sostituisce prontamente con un'altra più autorevole e inflessibile, la conseguenza è una sola: l'anarchia. E nell'anarchia non c'è più un sistema di valori comune e il potere di frantuma, ognuno se ne prende un po', secondo una sua personale visione di giustizia e di società (oppure come meglio gli aggrada): così il giudice, il sindacato, il singolo cittadino, l'uomo politico, lo studente e via discorrendo. In genere l'anarchia sfocia in un regime autoritario (spesso chiamato "rivoluzionario"). A volte l'evoluzione è democratica soprattutto quando emerge un grande personaggio (qui penso a un De Gaulle non a un Berlusconi) in grado traghettare la società verso un nuovo equilibrio. In mancanza speriamo nell'Europa.

 
28/10/2010 - C'era del buono. (massari annalisa)

Non trovo nessun elemento di novità nell'articolo del prof. Barcellona il quale nel '68 già si trovava dall'altra parte della barricata istituzionale (diciamo così). E' vero che l'individualismo la faceva da padrone: più tardi, negli anni dal '73 al '77, quando inizò in Italia la rivendicazione femminista, capitava nelle riunioni "di autocoscienza" tra donne di assistere a sfoghi sui rapporti individuali di forza col partner, senza una visione generale. Sarà che vivevo in provincia. Tuttavia la presa di coscienza di una generazione che scopriva le foto dei propri padri ora rampanti vestiti da balilla, si documentava per conoscere gli orrori della guerra, i guasti della politica e svelarne i sotterfugi studiati fino ad allora come mero esercizio astratto, teorico e letterario nei testi di Machiavelli, una "rivoluzione" l'ha provocata. La denuncia degli effetti subliminali dei messaggi mediatici fa parte della cultura generazionale di quegli anni, bene o male che venga usata. Così come il nuovo diritto di famiglia è frutto di quelle lotte, altrimenti saremmo ancora vittime indifese (anche) del delitto d'onore. La scuola di Don Milani. Vedrei maggiori guasti provenire da scelte economiche attuali che sacrificano scuola università e ricerca, mentre la Germania inaugura un sistema fiscale perequativo. Infatti nel loro inno c'è "Deutschland uber alles": è la nostra cultura di provenienza storica invece che è individualista e familista, nonostante gli influssi innovativi del'68...