BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

J’ACCUSE/ Barcellona: io, da ex Pci, vi spiego chi è il potere che ci governa

Pubblicazione:

Foto: Tano D'Amico  Foto: Tano D'Amico

I giovani del ’68, rimasti orfani della utopia libertaria che si proponeva un continuo nuovo inizio della storia senza radici e senza appartenenze, senza vera identità e vere differenze, in realtà cominciavano a neutralizzare l’idea del conflitto sociale come conflitto di interessi e di valori e trasformavano persino il lessico quotidiano delle nuove generazioni.

Al posto di “tempo” la parola “flusso”, al posto di “popolo” la parola “moltitudine”, al posto di partecipazione libera e responsabile delle persone, la vaga idea di un “comune” che non è né pubblico né privato. Di tutte le speranze di quegli anni e anche delle forme nuove di democrazia è rimasto soltanto un nuovo linguaggio stereotipo che, accompagnato dalla rivoluzione informatico-capitalistica, dalla globalizzazione e dalle innovazioni tecnologiche, ha completamente frantumato il tessuto sociale, rendendo negativa ogni nozione di vincolo e di legame, di fedeltà e responsabilità.

È davvero una strana coincidenza che, a partire dagli anni ’70, cominci un costante declino della sinistra in Italia e nel mondo, e che l’offensiva neoliberista riesca a camuffare l’istanza libertaria in uno straordinario e inaudito potere dell’impresa. Marx, negli Scritti giovanili, aveva previsto che, senza un processo di maturazione della coscienza popolare, il comunismo sarebbe potuto diventare una forma di comunismo rozzo e primitivo, in cui anche le donne vengono messe in comune in una forma di generale prostituzione mercificata e in una alienazione senza freno della personalità individuale.

Non è un caso che molte ideologie e linguaggi contemporanei, che si ispirano alla cosiddetta biopolitica e descrivono la società come assoggettata nella forma vivente ad un astratto potere manipolativo, attacchino proprio il concetto di “persona”. Concetto rimasto sepolto dalle nuove parole che tendono a screditare ogni forma di responsabilità individuale.

Credo che tutti coloro che hanno vissuto queste esperienze e che si interrogano sulla crisi attuale, debbano chiedersi quali siano le radici di questa trasformazione della massa degli uomini in bambini viziati che cercano soltanto il modo di esibirsi e di essere applauditi.

Come vedi, caro amico Giarrizzo, ti restituisco la palla, anche per cercare di capire specificamente perché il nostro Ateneo, che in quegli anni sembrava un polo di attrazione e di elaborazione innovativa, sia diventato la palude mediocre di questi anni e di questi giorni di nuovo, apparente tumulto.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.  


COMMENTI
31/10/2010 - Come butta il bambino assieme ai panni sporchi (Antonio Servadio)

Condivido le ponderate valutazioni esposte nell'articolo. L'individualismo che oggi è "normale", nacque proprio allora, germinava nel movimento. Il narcisismo su cui attecchiva (si pensi alla febbre da palcoscenico nelle assemblee), la confusione, la massificazione di valori e linguaggi, la trasgressione (violenta) come propellente e metodo di lotta sono stati decisamente efficaci nel produrre proprio i risultati agognati. Anche se questi effetti -come è ineluttabile che fosse- hanno dilagato nel medio periodo, rendendosi pienamente evidenti a distanza di molti anni. L'alienazione della personalità individuale è uno dei ben precisi risultati della frantumazione del tessuto familiare -e quindi anche del tessuto sociale- proprio a causa di quella recisa negazione della nozione di responsabilità, quella che reca in sé la necessità di dialogo, di legami - e quindi anche la fedeltà. Che il movimento avesse anche a che fare con "l'individualismo borghese" lo testimonia l'alta percentuale di "ragazzi di buona famiglia" fra gli agitatori di strada e nell'intellighenzia del movimento. Paradossalmente, oggi la classe media si assottiglia a rapidi passi, auto-affondata. Quanto al femminismo, quello estremista, mi preme rammentare i cortei urlati, con slogan e gestualità storici: "l'utero è mio e lo gestisco io". In quelle parole è detto tutto (molte donne poi hanno cambiato idea). Fu una rivoluzione. Come in tutte le rivoluzioni, si butta via il bambino assieme ai panni sporchi.

 
30/10/2010 - non mi devo essere spiegata (massari annalisa)

Non è successo che il '68 abbia frantumato l'autorità dello Stato: non lo hanno fatto nè le manifestazioni di piazza nè le inqualificabili imprese delinquenziali dei deliranti attori degli anni di piombo ai quali lo Stato non ha ceduto, anzi. L'autorità dello Stato si è messa in crisi da sè quando poteva acquistare ancora maggiore autorevolezza, all'indomani di quegli anni difficili. Lo ha fatto con gli scandali del CAF, con un uso "creativo" e incontrollato della finanza pubblica, con la P2,potrei continuare. Le radici del malaffare non sono certo nel '68, nei figli dei fiori e nel pacifismo. Col '68 si ebbero invece le basi di un nuovo e più forte concetto di legalità democratica, conosciuto dai Costituenti ma sconosciuto allora al popolo italiano, il rispetto delle istituzioni e delle regole che cerchiamo di trasmettere, la fiducia in esse. E così oggi tra uno scandaletto e una gogna mediatica, speriamo davvero nell'Europa!

 
29/10/2010 - una diversa tesi (Fabrizio Terruzzi)

Quando con il '68 e con l'azione politica e sindacale o con i comportamenti individuali di molti, si mina, denigrandola o non rispettandola nelle più diverse occasioni, l'autorità dello stato e del potere legittimamente costituito e non la si sostituisce prontamente con un'altra più autorevole e inflessibile, la conseguenza è una sola: l'anarchia. E nell'anarchia non c'è più un sistema di valori comune e il potere di frantuma, ognuno se ne prende un po', secondo una sua personale visione di giustizia e di società (oppure come meglio gli aggrada): così il giudice, il sindacato, il singolo cittadino, l'uomo politico, lo studente e via discorrendo. In genere l'anarchia sfocia in un regime autoritario (spesso chiamato "rivoluzionario"). A volte l'evoluzione è democratica soprattutto quando emerge un grande personaggio (qui penso a un De Gaulle non a un Berlusconi) in grado traghettare la società verso un nuovo equilibrio. In mancanza speriamo nell'Europa.

 
28/10/2010 - C'era del buono. (massari annalisa)

Non trovo nessun elemento di novità nell'articolo del prof. Barcellona il quale nel '68 già si trovava dall'altra parte della barricata istituzionale (diciamo così). E' vero che l'individualismo la faceva da padrone: più tardi, negli anni dal '73 al '77, quando inizò in Italia la rivendicazione femminista, capitava nelle riunioni "di autocoscienza" tra donne di assistere a sfoghi sui rapporti individuali di forza col partner, senza una visione generale. Sarà che vivevo in provincia. Tuttavia la presa di coscienza di una generazione che scopriva le foto dei propri padri ora rampanti vestiti da balilla, si documentava per conoscere gli orrori della guerra, i guasti della politica e svelarne i sotterfugi studiati fino ad allora come mero esercizio astratto, teorico e letterario nei testi di Machiavelli, una "rivoluzione" l'ha provocata. La denuncia degli effetti subliminali dei messaggi mediatici fa parte della cultura generazionale di quegli anni, bene o male che venga usata. Così come il nuovo diritto di famiglia è frutto di quelle lotte, altrimenti saremmo ancora vittime indifese (anche) del delitto d'onore. La scuola di Don Milani. Vedrei maggiori guasti provenire da scelte economiche attuali che sacrificano scuola università e ricerca, mentre la Germania inaugura un sistema fiscale perequativo. Infatti nel loro inno c'è "Deutschland uber alles": è la nostra cultura di provenienza storica invece che è individualista e familista, nonostante gli influssi innovativi del'68...