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NOBEL/ Vargas Llosa, un "marxista liberale" che ha saputo parlare dell’uomo

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«Vargas Llosa legge Sartre tra i venti e i venticinque anni, quando studia all’università di San Marcos di Lima. Più che nel suo successivo soggiorno parigino è a quel tempo che segue il filosofo esistenzialista. Proprio Sartre può averlo portato ad abbracciare la dottrina marxista, che poi però abbandonerà».

 

Lo scrittore è molto letto. È amato anche dalla critica?

 

«Sì, direi che il riconoscimento dei suoi meriti letterari non è in discussione. Qualcuno sostiene che quando ha cambiato ideologia politica c’è stato un decadimento della sua letteratura, ma non credo che sia così. Quando uno riesce a scrivere un grande romanzo come La festa del caprone dopo esser passato da sinistra a destra, conferma di essere rimasto quello che è, cioè un grandissimo narratore».

 

Qual è, professore, il “suo” Vargas Llosa e quale opera consiglierebbe al lettore che vuole conoscerlo?

 

«Il primo, quello dei romanzi della gioventù, che secondo il mio umile parere sono degli assoluti capolavori. La città e i cani è un romanzo che non ha difetti; anche Conversazione nella cattedrale o La casa verde sono romanzi quasi perfetti, scritti con il desiderio e la rabbia palpabile di cercare quello che è più profondo nella società e nell’anima umana. Sono libri che lasciano il lettore completamente soddisfatto. È naturalmente un’opinione personale».

 

Perché l’Accademia di Svezia ha fatto la scelta giusta?

 

«Perché premia una letteratura, quella sudamericana, che è ancora molto viva e ha molte cosa da dire, anche alla luce di quello che è attualmente l’America latina. È un continente dove succedono cose nuove, dove si stanno sperimentando nuove forme di politica, di società, di convivenza, dove emergono nuove realtà culturali ed etniche. E il premio a Vargas Llosa offre uno sguardo su un continente che ha tante cose da dire e da imparare».

 

 



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