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J'ACCUSE/ Sechi: ecco perché la sinistra odia il riformismo ancor più di Berlusconi

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Migliaia di giovani, delusi, hanno finito per abbandonarsi all’illusione di porre fine al capitalismo e allo stato borghese decapitandone i dirigenti, che erano alla testa del sistema politico o delle imprese, o passando per le armi sindacalisti, poliziotti e carabinieri. Questa mattanza aveva dietro la disperazione che cede il passo al terrore. Ma non la si può liquidare come una coda anarchica, un soprassalto euforico irrazionale, comunque un episodio circoscritto, perché aveva dietro di sé l’essiccarsi di ogni speranza di cambiamento anche per l’incoerenza e la timidezza con cui Psi e Pci hanno sostenuto le riforme avvenute.

Non sono paragonabili a quelle che hanno disegnato il welfare state dei paesi scandinavi, della Germania e anche della Francia. Ma non è vero che delle riforme in Italia non ci siano state. Penso a quanto avvenuto nelle università, nel sistema sanitario, previdenziale, delle abitazioni ecc., per non parlare del (quasi) controllo sugli investimenti conquistato dal sindacato in qualche settore indu-striale.

Purtroppo queste riforme hanno avuto la forza di bloccare il funzionamento del sistema, sottoponendolo ad una catena vincolistica di lacci e lacciuoli ed estendendo l’area del controllo statale. In questo modo si espandeva la sua influenza e la si poteva utilizzare, come alla fine avvenne, per una politica di scambi e compensazioni corporative.

Il riformismo italiano non ha corrisposto, come in altri paesi europei, ad un disegno di qualche organicità. Non si trattava di abbassare, e tantomeno abolire, il conflitto sociale, ma di regolarlo in maniera da indurre le imprese ad aggiornamenti, ristrutturazioni, innovazioni tecnologiche e produttive continue. E contestualmente far uscire il sindacato e i partiti da una politica meramente rivendicativa, assistenziale e corporativa qual è sempre stata.

Purtroppo, la persistenza della cultura leninista nella sinistra italiana è stata declinata assumendo l’impresa e l’imprenditore come un nemico da battere e criminalizzare. Il capitalismo è stato vissuto come l’incarnazione del demonio, e fare profitti una sorta di reato. Pertanto, un passaggio decisivo come la collaborazione tra le imprese e la scuola (non solo l’università) per rendere l’insegnamento consapevole dei bisogni del sistema economico, e far capire che il mercato vive di competitività (che esige una concentrazione massiccia di sforzi e saperi) e il lavoro di produttività, non è stato possibile.

Nell’informazione e nella comunicazione hanno prevalso i poteri di veto dei comitati di redazione, e l’assenza di ogni inventiva per dare alla sinistra qualche quotidiano, rivista, rete televisiva che ne mostrasse la cultura di governo. Lo spettacolo offerto è stato, e continua ad essere, la querimonia e il rampogniamo come mostra la paranoia nei confronti di Berlusconi. nello stesso momento invece Confindustria trasformava Il Sole-24 Ore in un grande organo europeo e si muniva di radio e televisioni in grado di sfidare sia il sistema pubblico sia quello di Mediaset, alla quale si deve la grande rivoluzione della televisione commerciale.



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COMMENTI
10/11/2010 - Meglio tardi che mai (Adriano Sala)

Dopo aver letto la parabola culturale di Sechi, viene da pensare "meglio tardi che mai". Ma manca ancora un passo, che, nella migliore delle tradizioni, l'autore farà fra venti anni: il riconoscimento che l'unica corrente di pensiero in grado di garantire democrazia e sviluppo sociale vero è il pensiero liberale. Speriamo che l'attenta lettura di Tocqueville, Smith e Schumpeter acceleri in processo di conversione. Cordialità