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J'ACCUSE/ Sechi: ecco perché la sinistra odia il riformismo ancor più di Berlusconi

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La sinistra è stata, ed è, parte, cioè causa e non solo effetto, della disgregazione del paese. A corroderne la fibra è il prevalere delle supplenza, cioè della sostituzione delle funzioni da parte di corpi che non ne avrebbero titolo. È il caso macroscopico della magistratura, che esercita ormai da decenni compiti politici che non le spettano grazie alla copertura, se non alla delega, ricevuta dal Pci.

Non potendo assumere responsabilità di governo dirette per la mancanza di un consenso elettorale adeguato e per il legame organico con una  potenza straniera ostile, e non solo estranea, all’alleanza atlantica, il principale partito della sinistra non ha avuto scrupolo a servirsi del sindacato dei magistrati per delegittimare i propri avversari, si trattasse di partiti o di imprenditori (è il caso di Berlusconi). Lo ha fatto mettendoli alla sbarra, cioè trascinandoli in una catena infinita (e persecutoria) di contenziosi giudiziari.

Dalla crisi della sinistra, come da quella Dc e dei socialisti, si è usciti con una sorta di populismo che vede trionfare il carisma personale sulle macchine politiche, la personalizzazione del potere, un permanente conflitto istituzionale, forme spurie di alleanze, la progressiva alienazione di grandi settori popolari dalla politica intesa come partecipazione e militanza.

Sono morte o venute meno le vecchie forme formate dai partiti della Prima repubblica, ma è arduo dire che siano state sostituite da altre. Comitati di quartiere, movimenti associativi spontanei, iniziative di gruppi di cittadini non hanno spazio né stimoli a formarsi anche per via del sistema elettorale, che ha centralizzato le scelte dei candidati affidandoli ad un manipolo di capi-partito.
Concependo il potere come una fortezza da espugnare, la cultura politica del Sessantotto ha trascurato l’importanza della disseminazione molecolare del potere, e quindi della necessità di stabilire un rapporto con i bisogni sociali che non fosse la tradizionale arma della mediazione e del compromesso.

Straordinariamente importante è stata la lotta per la liberazione delle donne, il loro riscatto. Ma la sconfitta è stata la più cocente. Chi guarda la televisione vede trionfare il degrado assoluto con le ragazze ridotte a cariatidi di sesso, semplici macchine di seduzione.
Bisognava leggere meno Lenin e più Tocqueville, meno Marx e più Adam Smith, meno Gramsci e più Schumpeter. Perciò la formazione delle nuove generazioni passa attraverso una massiccia politica scolastica, di investimenti in cultura e ricerca, di riconsiderazione del lavoro non come luogo solo dell’antagonismo di classe, ma della competizione e del conflitto. Com’è nella tradizione liberale degli autori che ho prima citato.

Il sessantottismo non ci serve più. Non ha saputo andare oltre la retorica della lotta contro l’autoritarismo. È stata un’ulteriore denuncia dei suoi misfatti, non una risposta alternativa se non nella sua dimensione utopica. Riecheggiava quella del marxismo teorico che, come ci ha insegnato Norberto Bobbio, non ha avuto alcun interesse ad elaborare una teoria dello Stato, cioè della divisione dei poteri, della loro conquista e gestione. Nondimeno ha mostrato un esito sorprendente: la sinistra antifascista è stata statolatrica non meno del fascismo. Un monito da tenere ben presente nel tempo in cui viviamo.



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COMMENTI
10/11/2010 - Meglio tardi che mai (Adriano Sala)

Dopo aver letto la parabola culturale di Sechi, viene da pensare "meglio tardi che mai". Ma manca ancora un passo, che, nella migliore delle tradizioni, l'autore farà fra venti anni: il riconoscimento che l'unica corrente di pensiero in grado di garantire democrazia e sviluppo sociale vero è il pensiero liberale. Speriamo che l'attenta lettura di Tocqueville, Smith e Schumpeter acceleri in processo di conversione. Cordialità