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MERCATO/ A chi appartiene davvero la ricchezza delle imprese?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Gaetano Troina affronta il tema del rapporto tra lavoro e capitale alla luce delle nuove sfide poste dalla crisi finanziaria. Secondo di due articoli. La prima parte è uscita giovedì scorso, 4 novembre.

Il capitalismo non ama le regole del mercato e vede in esse dei laccioli posti alla propria operatività, per questo non ama che il libero mercato sia sinonimo di economia paritaria, dove i rapporti siano socialmente e politicamente regolamentati e, quindi, vengano applicate norme di controllo, di qualità, contrattuali, di rispetto dell’ambiente, ecc. Esso - come del resto, anche se in misura estremamente maggiore faceva il marxismo - pretende di avere un mercato a sua immagine e somiglianza, ove non vi siano intralci ai suoi “giuochi” e alle sue “scommesse” speculative, anche quelle che prevedono che capitali virtuali producano capitali reali arricchendo alcuni soggetti e affossandone nella povertà altri.
 
In tema osserva Benedetto XVI nella Caritas in Veritate (35) che “La dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato…Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valori dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica”. 

Il primato del capitale sul lavoro è stato - direttamente o indirettamente - sostenuto dall’economia capitalistica, specialmente in tutte quelle posizioni interpretative della realtà che possono riportarsi alle posizioni calviniste della riforma protestante, ove la Grazia, come sostegno divino e premiante la realtà umana, si evidenziava anche nella ricchezza che ciascuno poteva esibire. Si “nobilita” l’accumulo della ricchezza come espressione dell’approvazione divina. Si trasferiscono, così, le esigenze quotidiane del pane e di una consona sopravvivenza dell’uomo su un piano superiore incontestabile di evidenze meritorie con tutte le conseguenze pratiche che esse comportano.

Questo presupposto interpretativo della realtà economica è stato sempre contestato e contrastato dalla dottrina sociale della Chiesa Cattolica. La riflessione della dottrina sociale, infatti, si diparte da un diverso assunto: il primato del lavoro sul capitale. La posizione logica è qui ribaltata: non è il capitale il fattore da porre come momento economicamente in primo rilievo, ma è il fattore lavoro. L’homo oeconomicus del capitalismo è preceduto dall’homo faber, cioè dall’uomo che opera sulla natura e con la natura per trasformarla in favore di sua possibile migliore esistenza. Di un uomo che “opera” per trovare adeguato sostegno per sé e per i suoi. L’homo faber è l’uomo comune dotato di bisogni, desideri e di “cuore” che opera nelle congiunture cercando di adattarsi a queste, è l’uomo che cerca ragionevolmente (ora cogliendo, ora errando) di perseguire il suo bene e che è sollecitato (educato) dalla comunità sociale a mediarlo con e nel bene comune.      

Proprio per questo il lavoro non può essere inserito in posizione di sudditanza rispetto ad un potere, a sua volta, connesso con la ricchezza accumulata (cioè il capitale), ma è l’accumulo di questa ricchezza che, invece, deve essere messo sotto osservazione etico-sociale. Sul tema scrive Giovanni Paolo II nella Laborem exercens (12): “Il lavoro è un bene per l’uomo - è un bene della sua umanità - perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo e anzi, in un certo senso, «diventa più uomo»”.



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