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MERCATO/ A chi appartiene davvero la ricchezza delle imprese?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

All’interno dell’ampio respiro di questa posizione etica diviene strategico che le imprese, siano esse private, pubbliche o tipiche della sussidiarietà, utilizzino il mercato e le loro stesse forme organizzative come parti componenti di un’unica rete di sicurezza sociale, nella quale e attraverso la quale possano essere perseguiti i loro obiettivi economici in piena consonanza con quello primario e generale che postula il bene comune.

Dobbiamo ora porci una domanda: come, normalmente, si sarebbe dovuto accumulare il capitale? Si sarebbe dovuto accumulare tramite il lavoro quotidiano di ciascuno (e/o dei propri genitori); allora possiamo affermare che il capitale “è” il risultato “storico” del lavoro che si viene a concretizzare in quella parte di ricchezza che il lavoro ha generato e che non è servita per la soddisfazione dei bisogni, ma che può, anzi deve, essere utilizzata per creare nuovo lavoro.

Colui che possiede un capitale ha in mano un “dono-talento” ed ha l’obbligo di non distrarlo dalla sua originaria destinazione, che è quella di dover essere utilizzato per generare nuovo lavoro. In buona sostanza il lavoro genera il capitale affinché questo possa essere, a sua volta, fonte di nuovo lavoro. Prima e dopo il capitale, in un ciclo sano dell’economia, c’è il lavoro. In questo senso si motiva il primato del lavoro sul capitale così come viene inteso dalla dottrina sociale della Chiesa.
In tema scrive Giovanni Paolo II nella Laborem exercens (12): “Tutti i mezzi di produzione, dai più primitivi fino a quelli ultramoderni, è l’uomo che li ha gradualmente elaborati… Così tutto ciò che serve al lavoro, tutto ciò che costituisce - allo stato odierno la tecnica - è frutto del lavoro. Questo gigantesco e potente strumento - l’insieme dei mezzi di produzione, che sono considerati, in un certo senso, come sinonimo di «capitale»- è nato dal lavoro e porta su di sé i segni del lavoro umano”.

Di conseguenza, il primo fra tutti i talenti che è stato dato all’uomo deve essere rinvenuto nella sua capacità di agire e interagire con “le braccia e la mente” per assoggettare positivamente la natura (il dono ex ante e che è dato per tutti gli uomini) rispetto alla quotidianità e alla straordinarietà dei suoi bisogni. È il bisogno che fa dell’uomo comune un uomo faber. È dal bisogno che origina l’economia come possibilità plurale e sociale di dare adeguate soluzioni ai variegati bisogni che in essa si esprimono. Tutto questo comporta che al centro dell’economia c’è, e vi deve restare, l’uomo con il suo bisogno.

Al centro dell’economia c’è la persona umana. Se l’uomo e il suo bisogno sono decentrati rispetto alle scelte economiche, allora sopravanzano motivazioni e pretese solutive diverse da quelle ontologiche dell’economia, motivazioni che non pongono più al centro “il bene comune”, ma il principio capitalistico del tornaconto spinto alle sue più esasperate e a-etiche possibilità, oppure l’imperio assoluto dello Stato che opera nelle nebbie del cosiddetto bene totale. Scrive nella Sollicitudo rei socialis (37) Giovanni Paolo II “Se certe forme di «imperialismo» moderno si considerassero alla luce di questi criteri morali, si scoprirebbe che sotto certe decisioni, apparentemente ispirate solo all’economia o alla politica, si nascondono vere forme di idolatria: del denaro, dell’ideologia, della classe, della tecnologia”.


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