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MERCATO/ A chi appartiene davvero la ricchezza delle imprese?

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

Quando questo accade allora l’economia non è più al sevizio dell’uomo ma è contro l’uomo e il bene comune, giacché prevalgono gli interessi particolari e tornacontistici di pochi o dell’ideologia dello Stato (cioè di quelli che direttamente o indirettamente hanno in mano, perché se ne sono impossessati, le leve del capitale) e vengono, quasi sempre, ignorati e disattesi gli interessi della società civile la quale, invece, è costituita da uomini che lavorano e che partecipano alla formazione della ricchezza anche di quella che resta a disposizione degli imprenditori e delle future scelte di investimento.

Solo quando lo sguardo è rivolto al bisogno dell’uomo il capitale potrà essere considerato “buono”, cioè essere apprezzato come “bene” perché, a sua volta, fonte di bene. Questo accadrà solamente se la destinazione del capitale (e, quindi, dei mezzi di produzione in cui esso si materializza o nella nuova disponibile ricchezza generata dalle imprese o dal lavoro quotidiano) sarà in rispettosa sintonia con gli obiettivi del postulato del “bene comune” che dovrà essere perseguito attraverso l’applicazione dei principi di solidarietà, sussidiarietà, di reciprocità-fratellanza.

L’attuale crisi economica trova proprio su queste ultime considerazioni l’evidenza della sua origine. L’economia del tornaconto esasperato e delle scommesse capitalistiche distrugge posti di lavoro, il suo obiettivo, infatti, non è quello della crescita e del benessere della società civile, ma quello di “portare a casa più capitale possibile”. In queste condizioni, si può affermare che il capitale è contro l’uomo lavoratore perché il capitale, in questi casi, viene sottratto alla sua ontologica destinazione di produrre posti di lavoro e svolge la snaturata funzione di accumulo della ricchezza per la ricchezza.

Il legame naturale che vincola il lavoro al capitale è la vera forza dell’economia civile. In questa economia non si disconoscono gli interessi e le aspettative delle persone, ma il tutto viene opportunamente orientato verso l’obiettivo del bene comune che è raggiungibile attraverso la cultura della solidarietà, del riconoscimento della reciprocità, attraverso ampie strutture di sussidiarietà e ove il mercato, di conseguenza, è opportunamente regolamentato.

Alla luce di quanto ora affermato anche all’interno dei sistemi d’impresa il capitale e il lavoro sono chiamati ad essere coerenti con la loro stessa ontologia e a riconoscere di essere reciprocamente necessari e “com-partecipativi” rispetto ad una medesima vicenda economica. Questa reciproca riconoscenza deve anche originare dall’evidenza che lavoro e capitale, di fatto, sono i due soli fattori produttivi che costituiscono ed “abitano” stabilmente l’impresa e che possono, di fatto, trasformarla in una realtà comunitaria, ovvero in un “bene” al servizio del bene comune.