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MERCATO/ A chi appartiene davvero la ricchezza delle imprese?

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Questo significa che il lavoro e il capitale sono due fattori produttivi legati intimamente e personalmente (cioè tramite i desiderata di persone fisiche) alle vicende aziendali più degli altri fattori produttivi. Essi, infatti, sono i soli fattori su cui direttamente potrà ricadere la negatività del rischio ontologico d’impresa: il capitalista subendo le perdite di capitale, il lavoratore la perdita del posto di lavoro. Gli altri fattori che intervengono nella sfera produttiva, invece, sono quasi sempre rappresentati da altre imprese o da professionisti che hanno la possibilità di fronteggiare il proprio rischio generico di impresa o professionale nella fase della contrattazione e che, comunque, hanno la possibilità di frazionarlo nella molteplicità dei contratti per la cessione dei propri beni o dei propri servizi con una più vasta pluralità di altri attori economici. Il capitale, ma soprattutto il fattore lavoro non hanno la possibilità (anche se non si debbono dimenticare le esistenti tutele sociali verso i lavoratori) di “frazionare” presso altre realtà economiche il manifestarsi negativo del rischio ontologico d’impresa.

Il principio ora richiamato costituisce un solido bagaglio della dottrina sociale, esso impernia la logica dell’enciclica Rerum novarum per divenire una precisa costatazione nella Quadragesimo anno là ove Pio XI afferma: “È del tutto falso ascrivere o al solo capitale o al solo lavoro ciò che si ottiene con l’opera unita dell’uno e dell’altro, ed è ingiusto che l’uno arroghi a sé quel che si fa negando l’efficacia dell’altro”… “è necessario con tutte le forze procurare che in avvenire i capitali guadagnati non si accumulino se non con eque proporzioni presso i ricchi, e si distribuiscano con una certa ampiezza fra i prestatori d’opera” e successivamente nella Mater et Magistra (62), Giovanni XXIII affermava: “Non possiamo qui non accennare al fatto che oggi in molte economie le imprese a medie e grandi proporzioni realizzano, e non di rado, rapidi ed ingenti sviluppi produttivi attraverso l’autofinanziamento. In tali casi riteniamo poter affermare che ai lavoratori venga riconosciuto un titolo di credito nei confronti delle imprese in cui operano, specialmente quando viene loro corrisposta una retribuzione non superiore al minimo salariale”… “l’accennata esigenza di giustizia può essere soddisfatta in più modi suggeriti dall’esperienza. Uno di essi e tra i più auspicabili, è quello di far sì che i lavoratori nelle forme e nei gradi più convenienti, possano giungere a partecipare alla proprietà delle stesse imprese…” Questo pensiero trova anche sotto il profilo conciliare una sua riaffermazione quando nella Gaudium et spes si afferma: “Nelle imprese economiche si uniscono le persone, cioè uomini liberi e autonomi, creati a immagine di Dio. Perciò, avuto riguardo ai compiti di ciascuno… e salva la necessaria unità di direzione dell’impresa, va promossa, in forme da determinarsi in modo adeguato, la attiva partecipazione di tutti alla vita dell’impresa”.

Su questo punto sarebbe necessaria da parte degli economisti e specialmente di quelli aziendali una riflessione sull’appartenenza e sull’etico utilizzo di quella parte di ricchezza che può residuare dopo che tutti i fattori intervenuti nel ciclo produttivo hanno percepito la loro congrua remunerazione e che resta (o che dovrebbe restare) a disposizione delle imprese. Sul tema ci riserviamo un ulteriore intervento.
 



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