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TOLSTOJ/ Il nostro io lacerato ha ancora bisogno della sua visione epica del mondo

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Lev Tolstoj  Lev Tolstoj

«Ci sono capolavori straordinari, come La morte di Ivan Il’ič, che andrebbero adottati. Capisco che un libro come quello tocchi un tema poco gradito all’umanità di oggi, come la morte, ma il racconto di come il protagonista, una persona modesta, banale, ordinaria e di poca spiritualità, riesca a prendere coscienza e vivere la morte, fa luce su tutta la spiritualità moderna. Bisognerebbe fare coi giovani quel che faceva lo stesso Tolstoj con gli studenti contadini della sua scuola di Jasnaja Poljana, stabilire l’elenco delle letture che non possono mancare. E Tolstoj oggi dovrebbe essere ancora tra queste».

 

Ha detto che oggi il problema della lunghezza è un ostacolo quasi insormontabile. Come questo condiziona la lettura di Tolstoj?

 

«Distinguiamo tra scrittori e pubblico. Guardavo l’altro giorno con gli studenti la classifica stilata negli Stati Uniti degli scrittori ritenuti “indispensabili”. Non c’è Dostoevskij, ma c’è sempre Tolstoj. Dunque per gli scrittori e i critici rimane un punto fermo non aggirabile. È il pubblico dei giovani quello che mi spaventa di più. L’altro giorno mi sono sentita dire da una giovane studentessa che Anna Karenina non le era piaciuto perché le ricordava un po’ una soap opera. Un ottimo parametro di giudizio, non le pare? La grandezza di Tolstoj è sproporzionata a quella del nostro tempo, che mi sembra molto piccola».

 

Torniamo ai due grandi. Prima ha definito epico il romanzo di Tolstoj e polifonico quello di Dostoevskij.

 

«È una distinzione che viene da Michail Bachtin. Dostoevskij mette la propria voce di narratore democraticamente alla pari con quella dei protagonisti in scena. Nel suo romanzo epico invece è Tolstoj a dominare tutto il materiale, a vederlo dall’alto. A Dostoevskij serve la polifonia per mettere in campo le grandi ideologie, portarle allo scontro».

 

E secondo lei chi è più moderno?



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