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LETTURE/ Cosa rimane oggi di Kerouac e della generazione "On the road"?

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Jack Kerouac  Jack Kerouac

Se rileggere oggi i romanzi di Kerouac significa rendersi conto che essi descrivono un’America che non c’è più e soprattutto uno stile di vita che per molti aspetti è diventato obsoleto e fuori moda,  vi è però un aspetto che, a mio avviso, rimane vitale. Si tratta della sua prosa, che Kerouac definì spontanea: una scrittura che doveva essere redatta senza avere il tempo di fermarsi per pensare. Lo scrittore doveva scrivere in uno stato di “semi trance” per fare emergere i pensieri, le sensazioni più profonde, in una parola il suo subconscio, senza lasciare il tempo di operare censure.

Una prosa sperimentale che si sforza di operare una fertile ibridazione con il jazz, soprattutto con il bepop di Charlie Parker. Come il bepop è caratterizzato dalla tecnica dell’improvvisazione e si discosta dalla melodia tradizionale, così la struttura stilistica di Kerouac si basa su una serie ininterrotta di variazioni sul tema fondamentale che fa da perno e sostegno a un periodo della frase. La scrittura di Kerouac si configura come una sorta di riscrittura in chiave jazzistica della tecnica joycsiana del flusso di coscienza  forse non a caso contemporanea delle sperimentazioni pittoriche “astratte” di Jackson Pollack.

Vorrei concludere con le lucide e consapevoli parole dello stesso Kerouac, prese dal suo decalogo della prosa spontanea: “Poiché il tempo è l’essenza della purezza del discorso, il linguaggio è un indisturbato flusso dalla mente di segrete idee-parole personali, un esprimere (come fanno i musicisti  di jazz) il soggetto dell’ immagine… non fate periodi che separino frasi-strutture già confuse arbitrariamente da falsi punti e virgole e da timide virgole per lo più inutili, ma servitevi di un energico spacco che separi il respiro retorico come il musicista di Jazz prende fiato tra le varie frasi suonate“.



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