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LETTURE/ Citati: il mio Leopardi, anima inquieta prigioniera di un desiderio impossibile

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Pietro Citati parla con il sussidiario del suo Leopardi. Nel silenzio della sua casa di Roma, seduto nel suo studio, il critico risponde paziente ad alcune delle tante, possibili domande che la sua ultima opera è in grado di suscitare. Accade così di riscoprire in una luce nuova quel che si credeva già di sapere di uno dei più grandi poeti di sempre, che Citati, seguendo Nietzsche, mette alla pari con Pindaro e Hölderlin. Un universo difficile da decifrare, quello leopardiano: «pieno di centri, perché in Leopardi non c’è un unico centro». È così che Citati ci restituisce un Leopardi visto attraverso la sua vita: come se l’unico modo per addentrarsi nel suo mondo fosse quello di ripercorrerne la complicata, affascinante, controversa esistenza.

 

Lei afferma, citando Pietro Giordani, che Leopardi fa «spavento». Perché?

 

«Fa spavento per la sua grandezza. Nietzsche diceva che nella storia del mondo sono tre i grandi poeti lirici: Pindaro, Hölderlin e Leopardi. Fa spavento per la sua molteplicità: non si sa mai quale sia il suo io. Ne ha moltissimi, e per accostarsi a Leopardi occorre comprendere questa pluralità di “io” in rapporto tra di loro. E fa spavento per la sua bellezza: secondo me non siamo ancora arrivati a comprendere appieno quale sia la bellezza di moltissime liriche dei Canti e di molte delle Operette morali».

 

Perché la luna, come lei osserva nel suo libro, non risponde a Leopardi?

 

«Il perché non lo sappiamo, possiamo solo dire che la luna non risponde. La luna è l’incarnazione delle illusioni, tema essenziale della poesia di Leopardi. È la figura che lui ama di più. Il pastore si domanda - o domanda a nome di Leopardi - quale sia la verità sulle cose, ma la risposta non viene data. Questo significa che nemmeno Leopardi dà una risposta alle nostre domande».

  

Lei definisce Leopardi come «un materialista che odia la materia». Può spiegare meglio questo giudizio?



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COMMENTI
18/11/2010 - impossibile ? (attilio sangiani)

"Ciò che non è possibile agli uomini è possibile a Dio". La prigione di Leopardi era la metafisica sensista e materialistica del '700,da cui non si era liberato,nonostante il conte Monaldo,o forse a causa del rigetto del figlio per i padre. Rigetto che mi pare analogo a quello di F.W.Nietzsche per il padre "pastore evangelico" la madre e la sorella.