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LETTURE/ Citati: il mio Leopardi, anima inquieta prigioniera di un desiderio impossibile

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«A partire dal 1823 tutto lo Zibaldone riconduce ogni aspetto della realtà, della vita e della psicologia umana, alla materia. Il materialismo del XVIII secolo è un’esaltazione della materia. Anch’egli riconduce tutto alla materia, ma la odia. Tutto ciò che è, dice ad un certo punto in modo eloquente, è male. Le cose buone sono soltanto le cose che non sono. Se tutto l’universo è materia, contro la materia Leopardi esalta l’irrealtà: le chimere, le ipotesi».

 

Se Leopardi «detesta la realtà», come lei ha detto anche in un’intervista a Repubblica dedicata al suo ultimo lavoro, prevale di più in lui il nichilismo o l’enfasi per il desiderio umano insoddisfatto e bisognoso di infinito?

 

«Non c’è nichilismo in Leopardi. C’è molto desiderio dell’infinito, ma questo desiderio è riconosciuto come impossibile: l’uomo non può raggiungere l’infinito. Già nella poesia L’Infinito c’è uno scacco, perché Leopardi crea nella mente gli spazi interminati, ma poi nasce la paura, e da essa il ritorno al mondo reale, al soffio del vento, e così via. La cosa più solida che c’è in Leopardi, quella più positiva, non è l’infinito, ma l’indefinito».

 

Tra gli autori che più hanno influito su Leopardi lei annovera Epitteto e Rousseau. In che senso?

 

«Epitteto spiega non tutto Leopardi, ma un preciso momento del suo pensiero; quello della rinuncia, della discrezione, dell’abolizione totale dalla mente del pensiero dell’infinito. Per Rousseau è molto più complicato, perché non sapremo mai esattamente che cosa Leopardi abbia letto di lui. Ma sia Giacomo che suo fratello Carlo citano un brano della Nouvelle Héloïse che esalta le chimere contro le cose che sono. Dunque il chimerico in Leopardi ha un fondamento in Rousseau, ma c’è una differenza profonda, perché in Rousseau l’infinito è una dilatazione verso l’esterno, verso il cielo, mentre in Leopardi esso nasce quando qualcosa preclude lo sguardo. Per creare l’infinito, nell’unica poesia in cui lo crea, Leopardi ha bisogno di chiudersi, di essere limitato, di avere la siepe che da tanta parte/ De l’ultimo orizzonte il guardo esclude. Solo attraverso la limitazione arriva all’illimitato».

  

Il diletto è un topos in Leopardi. È molto diverso in lui da come lo intendiamo noi?

 



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COMMENTI
18/11/2010 - impossibile ? (attilio sangiani)

"Ciò che non è possibile agli uomini è possibile a Dio". La prigione di Leopardi era la metafisica sensista e materialistica del '700,da cui non si era liberato,nonostante il conte Monaldo,o forse a causa del rigetto del figlio per i padre. Rigetto che mi pare analogo a quello di F.W.Nietzsche per il padre "pastore evangelico" la madre e la sorella.