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IL CASO/ Anche una festa "ambientalista" ci ricorda il nostro desiderio di perfezione

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L’albero è effimero, ma allude a qualcosa di durevole. È imperfetto, un frammento, ma con tutto ciò che è allude a qualcosa di integro e perfetto. È insufficiente, lascia insoddisfatto il desiderio di significato, ma parla di qualcosa che dà una pace profonda e definitiva. È vulnerabile, ma dietro di sé ha qualcosa di eternamente sicuro, che può dare a sua volta sicurezza. L’albero non è questo essere eterno, ma nasce da esso e tende ad esso”.

 

In effetti sul piano metaforico la figura dell’albero ricorre di continuo in molti settori essenziali nella nostra cultura: l’albero della conoscenza del bene e del male, l’albero della vita, l’albero genealogico, l’albero maestro, l’albero della Croce. Di ciò si fa interprete la liturgia, che mai trascura la concretezza delle cose e assegna loro un valore eterno. Essa canta la croce come unico albero nobile, supplicandola di piegare i rami, di addolcire la rigidezza datale dalla natura, in modo da offrire un mite sostegno al dolore di Cristo morente. La Chiesa stessa è raffigurata con l’immagine di un albero ovunque presente nei nostri paesaggi: “È la vite feconda che in tutta la terra prolunga i suoi tralci e, appoggiata all’albero della croce, si innalza al regno”.

 

“Regnavit a ligno Deus”. Dio regna veramente in una delle sue più belle creature, l’albero. Dio regna nell’atto più grande dell’amore, sull’albero della croce.

 

 



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