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LETTURE/ Perché bisogna ubbidire al cuore anziché allo Stato?

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A monte di questa riflessione, che ha trovato i suoi punti di eccellenza nel giusnaturalismo dell’olandese Ugo Grozio e nella filosofia politica di Samuel Pufendorf, ambedue protestanti, si colloca la dottrina tradizionale cattolica della “lex naturalis”, compiutamente formulata da san Tommaso d’Aquino, ma erede di tutta la tradizione classica, sia filosofica che letteraria. Per Tommaso e per la tradizione cattolica la “legge di natura” è la voce profonda della coscienza, che s’interroga sul bene e sul male e che ritiene la moralità umana non riducibile alle leggi degli stati.

 

Tale idea risale a una grandiosa intuizione del mondo greco, il cui emblema letterario originario è senza dubbio la figura di Antigone, protagonista dell’omonima tragedia di Sofocle. Antigone è la giovane principessa tebana, figlia di Edipo, che trasgredisce l’ordine del re Creonte, suo zio, e rende gli onori funebri al fratello Polinice, ucciso dall’altro suo fratello, Eteocle, nel corso della rivolta contro il re. Per Creonte non c’è che una legge, che è al contempo la sua e quella dello stato, poiché Egli è il re. Creonte, simbolo per eccellenza della tirannia, giustifica questa legge in nome dell’idea di patria, ma, alla fine, la vera ragione di tutto il suo agire altro non è che il suo trono. Antigone, contro il volere del re, seppellisce il fratello e, quindi, disubbidisce, «perché bisogna piuttosto ubbidire alle leggi sacre e inviolabili degli dei, leggi non scritte, ma eterne e incise nel cuore dell’uomo». E il cuore indurito di Creonte, ormai sterile e incapace di leggere dentro se stesso, la condanna, senza sapere che così condanna a morte il figlio Emone, che di Antigone è innamorato, e la moglie Euridice, che non reggerà il suicidio del proprio figlio, solo, infine, con il proprio ormai inutile potere.




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