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LETTURE/ Saprà l’arte donarci "l’unica felicità possibile" di Elsa Morante?

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Eccessivo e totalizzante: due aggettivi basterebbero a definire il mondo narrativo di Elsa Morante. Una donna per cui scrivere è la faccenda seria della vita, quale forma di partecipazione assoluta all’energia e ai colori della realtà.

La sua maggiore gloria riposa su quattro titoli nei quali tutta si è donata e trasfusa: Menzogna e sortilegio (1948), L’isola di Arturo (1957), La storia (1974), Aracoeli (1982). Si è parlato di «incessante metamorfosi». Ogni libro, diverso dal precedente, è curato e amato come l’ultimo possibile, esito di una concentrazione ferma e totale. I lettori ne sono, in genere, sedotti o disgustati; mentre i critici per lungo tempo hanno guardato a lei con sufficienza o antipatia. E ancora oggi, un poco, si stenta a riconoscerne per intero la grandezza.

Al centro della sua vicenda, biografica e letteraria, c’è una lacerazione. La tragedia è doppia e concomitante. Nel 1962 Elsa perde dapprima un carissimo amico, il giovane pittore americano Bill Morrow (che muore improvvisamente, precipitando da un grattacielo); poi perde il marito, Alberto Moravia, che l’abbandona. In una pagina di diario misura su di sé il dramma dell’uomo e ne ricava la forza di riscatto, come tensione insopprimibile alla fraternità: «Due anni da quel 30 aprile. E io continuo a vivere come se fossi viva. In certi momenti io stessa dimentico l’orrore. Una consolazione arriva, come se io ti ritrovassi in altre cose. Ma l’urto si riavverte d’improvviso. […] L’unico rimedio per arrivare alla fine umanamente è non essere io, ma tutti gli altri, tutto il resto. Non separare. Essere tutti gli altri passati presenti futuri vivi e morti. Così posso essere anche te. [...] Unica felicità possibile: non essere sé, ma tutti».

A partire da questo strappo la Morante rinasce diversa. Matura e cresce. Si risveglia in lei una coscienza assopita, e scopre il valore dell’impegno generoso, della testimonianza benefica.
Il 19 febbraio 1965 tiene al Teatro Carignano di Torino la conferenza Pro o contro la bomba atomica. Lo stesso testo viene letto a Roma al Teatro Eliseo, e poi stampato sull’Europa letteraria. L’affermazione di partenza è radicale: «Si direbbe che l’umanità contemporanea prova l’occulta tentazione di disintegrarsi». E la proliferazione minacciosa delle armi esprime la volontà inconsapevole a cui s’oppone la poesia.

 



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