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LETTURE/ Saprà l’arte donarci "l’unica felicità possibile" di Elsa Morante?

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«L’arte è il contrario della disintegrazione. Perché la ragione propria dell’arte, la sua giustificazione, è appunto questa: di impedire la disintegrazione della coscienza umana, nel suo quotidiano, e logorante, e alienante uso col mondo; di restituirle di continuo, nella confusione irreale, e frammentaria, dei rapporti esterni, l’integrità del reale, o in una parola, la realtà. [...] La purezza dell’arte non consiste nello scansare quei moti della natura che la legge sociale censura come perversi o immondi; ma nel riaccoglierli spontaneamente alla dimensione reale, dove si riconoscono naturali, e quindi innocenti. La qualità dell’arte è liberatoria, e quindi, nei suoi effetti, sempre rivoluzionaria. Qualsiasi momento dell’esperienza reale e transitoria, diventa, nell’attenzione poetica, un momento religioso». Dietro simili parole, che onorano chi le ha pensate e pronunciate, oggi è lecito scorgere l’eredità più sincera, la lezione più resistente di Elsa Morante.

Arriva così, nel 1974, il romanzo La Storia: prima accolto con clamore (e successo, a prescindere dai pronunciamenti, pro o contra, della critica ufficiale), e poi lasciato cadere nel silenzio. La Morante abbandona lo stile alato, complesso e aristocratico degli esordi, e persegue un ideale nuovo, di "affabulazione democratica". Elsa scrive «come se i personaggi le tenessero la penna in mano» (C. Cases). Spazia fra i dialetti, l’italiano popolare e il linguaggio infantile (dell’innocenza, dell’interiorità e dell’isolamento). Discende dal sublime all’umile, per esprimere solidarietà coi poveri, coi bisognosi. Si spiega, in quest’ottica, la citazione evangelica adottata per epigrafe del romanzo. Hai nascosto queste cose ai dotti e ai savi e le hai rivelate ai piccoli... perché così a te piacque. Fu questa, per Elsa, l’unica (vera) consolazione possibile.



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