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MERCATO/ La crisi ha finalmente "ucciso" l’uomo di plastica

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Le crisi economiche possiedono un loro lato “positivo”: obbligano, per un verso, a riconsiderare ciò che è accaduto e, dall’altro, sollecitano il ragionamento a introdurre per poi proporre strade economiche “diverse” da quelle già percorse; strade che possano essere viatico verso soluzioni operative più idonee rispetto alle esigenze dei singoli e a quelle dell’intera comunità umana.

Uno dei rapporti economici che immediatamente viene riconsiderato è quello tra lavoro e capitale all’interno dei sistemi d’impresa che postulano adeguati livelli di surplus; rivolti cioè a raggiungere un’adeguata eccedenza tra i ricavi conseguiti ed i costi sostenuti per ottenerli.

 

Il problema a cui dare soluzione è quello relativo proprio alla “adeguata” determinazione del surplus e alla sua più utile distribuzione sociale. Ancora prima, però, occorre stabilire quali debbano essere i diritti e doveri di questi due fattori produttivi, il tutto deve avvenire senza ledere il “soggetto impresa” che è un istituto a valenza sociale. In buona sostanza, affinché il surplus possa essere definito adeguato è indispensabile che nella fase dell’ottenimento e, successivamente, nella fase della sua distribuzione siano rispettati i diritti e fatti valere i doveri dei tre soggetti immediatamente interessati: il lavoro, il capitale e l’impresa stessa.

 

I diritti del capitale sono stati, sino ad oggi, ricondotti a quelli tipici della proprietà privata. Considerando, infatti, come modello tipo quello dell’impresa individuale notiamo la comunanza del soggetto capitalista (conferente il capitale proprio dell’impresa) con quello del proprietario (il dominus capace di far valere la sua volontà sulla cosa). Nei modelli di impresa esercitati in forma collettiva (imprese societarie), la volontà viene espressa dalla maggioranza, ma i diritti dei conferenti il capitale proprio restano quelli della  proprietà in quanto diritto assoluto e inalienabile.

 

 

Il capitale proprio nella tradizione liberale, ma soprattutto in quella weberiano-capitalista, non solo è inteso come centro di un diritto assoluto, ma è anche proposto come il primo e indispensabile fattore costituente l’impresa. In queste interpretazioni l’impresa “è” perché c’è un capitalista-proprietario che la mette in essere conferendole il capitale necessario. Da questo presupposto deriva, nell’economia capitalistica, il primato del fattore capitale su tutti gli altri fattori produttivi variamente vincolati all’impresa. Questo primato - oltre che trovare radice giuridica nel diritto di proprietà - troverebbe, sotto il profilo economico, la sua ragione d’essere nella circostanza che il capitale proprio viene conferito all’impresa come l’unico fattore che troverà la sua remunerazione (se la troverà) in via residuale (dopo che sono stati contrattualmente remunerati tutti gli altri fattori produttivi) e solo nella misura dell’ottenimento del surplus. Quest’ultimo sarà reputato adeguato se riuscirà a remunerare il capitale proprio oltre la misura in cui è stato remunerato contrattualmente il capitale di prestito a causa del rischio ontologico dell’attività d’impresa (la probabilità che ha il capitale proprio di non essere remunerato o di esserlo in misura non adeguata).



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